Si chiama August Blues e non è un nuovo genere musicale: la cosiddetta “malinconia d’agosto” è invece una vera e propria sindrome la cui esistenza è comprovata da numerosi studi scientifici ed ascrivibile a svariati fattori. Si dà il caso che nel mio, di caso, uno di questi sia proprio lo Sziget Festival o, meglio, il suo essere ormai da più di una settimana giunto al termine.

Ma facciamo un passo indietro. Lo Sziget (termine che in ungherese significa “isola”, lo so, deludente quasi quanto la traduzione di “Jon Snow”) è un festival musicale che si svolge sull’isola di Óbuda (situata nel Danubio appena più a Nord di Budapest) e giunto quest’anno a celebrare il suo quarto di secolo. Nato infatti nel 1993 dalla volontà dell’allora ventenne fondatore Károly Gerendai di creare un’offerta artistico-culturale che supplisse al vuoto lasciato dal crollo dell’Unione Sovietica, lo Sziget ha prosperato negli anni fino a sfiorare la vetta delle 500 000 presenze (durante l’edizione 2016, pari alla capienza massima dell’isola) passando da un budget iniziale pari a meno di 1000 euro ai 20 milioni dell’edizione appena conclusasi, e assicurandosi così un posto di prima linea nella Walk of Fame dei maggiori festival musicali del mondo (come testimoniato anche dall’assegnazione del Best Major Festival nel 2012 e nel 2014, del Best European Line-Up nel 2015 e dell’Artists Favourite Festival in Europe nel 2017). Lungimiranza? Avanguardismo? Forse semplicemente, ma nemmeno poi così tanto, capacità di rimanere fedeli ad un ideale, nonostante il passare e il rapido mutare dei tempi (o tempora, o mores).

Già, perché allo Sziget va riconosciuto il merito di aver saputo trasformare l’assoluta fede nella “freedom of expression, freedom of speech and freedom itself” dei suoi ideatori in qualcosa di tangibile e duraturo, un’occasione di aggregazione che si traduce in un vero e proprio micro-mondo autarchico che ogni anno rinasce per offrire accoglienza alle centinaia di migliaia di giovani che qui trovano rifugio per 7 giorni, in un clima di totale apertura multiculturale, multi-musicale, multi-tutto.

Fedeltà ai principi ispiratori delle origini premiata dunque da un’adesione sempre maggiore da parte del pubblico: l’edizione 2017 si chiude con 2 date sold out per un totale di 452mila Szitizens provenienti da oltre 100 paesi (Olanda, Regno Unito, Germania, Francia e Italia in testa), realizzando così quelli che erano gli obiettivi posti dal comitato organizzativo (che, garantisce, complice la “sfortunata” line up di quest’anno e la concorrenza delle decine di altri festival musicali, non ambiva a replicare il risultato del 2016).

Ma fedeltà che non preclude una chiara e ambiziosa visione del futuro: si è trattato infatti di un anno che ha segnato un giro di vite nella storia del Festival, con l’acquisto da parte del fondo di investimento americano Providence Equity Partners della quota di maggioranza (70%) di Sziget Cultural Management (la società organizzatrice del Festival), e con un cambiamento ai vertici dirigenziali che tanto può suonare strano ad orecchie italofone: il fondatore Károly Gerendai, infatti, ritrovandosi (a sua detta) all’età di 47 anni a parlare ormai un linguaggio diverso da quello dei giovani che rappresentano i principali fruitori dell’offerta del Festival, avrebbe deciso di cedere la front row dell’organizzazione al nuovo CEO Tàmas Kàdàr, che dichiara: “Il 25esimo anno del festival si è dimostrato un punto di svolta nella storia dello Sziget. Questo anniversario ha segnato un traguardo in cui abbiamo dimostrato di aver costruito un evento unico, popolare e multiculturale, differenziandolo dagli altri festival per la sua straordinaria atmosfera, la diversità culturale, l’alto livello di servizi e per le sue spettacolari scenografie. Oggi lo Sziget è visto come un grande leader tra i festival di maggior rilievo e per questo sentiamo ancora, dopo tanto tempo, la necessità di cambiare e migliorare per continuare a differenziarci“.
Nessun drastico cambiamento di policy in vista comunque, tranquillizzano dalla Sziget Cultural Management, dal momento che le redini continueranno ad essere tenute dall’attuale staff.

Quello su cui sembrano puntare ora gli organizzatori è piuttosto un incremento dell’offerta “collaterale”, che rappresenta per importanza il 50% del programma del Festival (oltre a quella musicale), con approfondimenti su temi di attualità, arte, cinema, teatro, opera e il grande focus di quest’anno, gli spettacoli circensi. Oltre a ciò, è in programma “un’espansione” sulla terraferma attraverso la costituzione di una rete di servizi nella città di Budapest targata Sziget (“Sziget City” è una vera e propria agenzia viaggi che mira ad offrire agli Szitizens un’esperienza di visita totale nella capitale ungherese), al pari dell’incremento delle collaborazioni (già esistenti) con altri festival di area est-europea. Nessun accenno all’adozione di politiche diverse dalle attuali in relazione alla scelta della line-up, che persevera nell’intento di accontentare i gusti di un pubblico quanto più vasto ed eterogeneo ha dato prova di poter essere quello dello Sziget. E se i grandi (e costosi) nomi commerciali potrebbero offrirsi come facili bersagli di critiche, ancor più vero è il fatto che non di sola musica vive lo Sziget, ma di un clima d’insieme che si compone di ciascuno dei suoi 452 000 partecipanti: detto in altri termini, non sono solo gli artisti a determinare l’atmosfera che da 25 anni lo contraddistingue e ogni anno ne riconferma il successo, quanto, e forse più, la predisposizione di mezzo milione di giovani a ritrovarsi uniti sotto una passione comune, divisi da nessuna differenza culturale, sociale, linguistica o nazionale.

Un breve accenno alla “sfortunata” line-up, che va bene non sarà stata all’altezza di quella del 2016 ma direi che ci si poteva accontentare: l’onore e l’onere di inaugurare il Main Stage è toccato quest’anno a P!NK, che ha aperto la strada ai successivi e parimenti degni Wiz Khalifa, Major Lazer, Macklemore & Ryan Lewis, Kasabian e The Chainsmokers (a loro va sicuramente il premio “spettacolarità”): le loro performance serali hanno radunato una media di 20/30 000 spettatori. Retrocedendo agli spettacoli pomeridiani troviamo invece Birdy, i fantastici Glass Animals, i Two Door Cinema Club, Iggy Azalea, PJ Harvey, George Ezra, gli Alt-J e i The Kills solo per citarne alcuni. Per quanto riguarda l’A38, forse il palco che abbiamo frequentato di più, ricordiamo i Crystal Fighters (al secondo posto per spettacolarità da un punto di vista oggettivo, ma al primo per affetto), i giovanissimi ma decisamente sul pezzo The Strypes, Flume, The Courteeners, The Vaccines, Mac Demarco, i Bad Religion, gli Interpol e Tycho. Infine, una menzione in nome del senso di campanilismo allo Europe Stage, dove si sono esibite le rappresentanze italiane: Cosmo, Le Luci della Centrale Elettrica (alias Vascone nazionale n.2, ti perdoniamo per non essere venuto a prendere una birra con noi dopo averci illusi) e i Tre Allegri Ragazzi Morti. Mi fermo qui perché ne sto sicuramente dimenticando troppi e più ne elenco peggio è.

Prima della partenza avevo letto una quantità di articoli a proposito di questo tanto millantato “senso di libertà e comunione”, liquidandoli tutti come bieche prove di retorica. Ora, di ritorno da un’esperienza in prima persona, non mi sentirei di scrivere altro di diverso dagli autori di quelle testimonianze. Rifuggendo qualsiasi occasione di sembrare retorica io stessa tuttavia, mi astengo da qualsiasi commento personale. Accenno solo ad un aspetto che mi ha molto colpito e che può forse farsi veicolo di quello che ho cercato di far passare fino ad ora: in un momento storico in cui l’immagine di un qualsiasi evento pubblico sempre più va assomigliando a qualcosa di questo genere,

sziget 2

mi ha lasciato alquanto interdetta la quasi totale assenza di schermi luminosi a mediare il tragitto dello sguardo dal pubblico al palco. Non potendo trattarsi di semplici casi di epidemie di batterie scariche o di memoria insufficiente, ci ho voluto leggere, in modo spero non troppo naif, un comune desiderio di apprezzare il momento senza l’ansia da social di condivisione/tag/aspetta che il(/la) mio(/a) ex deve vedere che mi diverto/non ha ancora visualizzato la storia di Instagram/questa prende un botto di like sicuro.

La 26esima edizione si svolgerà dall’8 al 15 agosto 2018, dico solo, se potete, fateci un salto (e siate più coraggiosi di quanto siamo stati noi, dormite in tenda per almeno tre notti).

A cura di Claudia Tanzi

Translated by Eleonora Puglisi

The August Blues is not a new musical genre: is the sadness that hooks you like a real sickness, happening for a series of misfortunate events. As for me, the August Blue is due to the ending of the Sziget Festival.

But first, let’s take a step back: The Sziget Festival ( which in Hungarian literally means “The Island festival”, a translation as disappointing as Jon Snow in other languages) is a music festival that takes place on a small island in the middle of the Danube, Óbuda, from 1993 by wish of its founder, Károly Gerendai, in his twenties at the time. He wanted to propose a new way of approaching to music and its worldwide offer, after the doom of the Soviet Union. From there onwards, the Festival become so popular to be attended by over 500 thousand people. In 2016 the island itself reached the maximum of entry capacity.Its initial annual budget changed from one thousand euro to over 20 million euro of this year, earning the first place in the Walk of Fame of the greatest music festival in the entire world, as the numerous prices prove: The Best Major Festival in 2012 e in 2014, the Best European Line-Up in 2015 and the Artists Favourite Festival in Europe in 2017.

Some call Károly Gerendai’s project Avant-gardism foresight. Maybe that’s true. Maybe not. One thing is certain: the festival is still true to its first rule:“freedom of expression, freedom of speech and freedom itself”, still put into action through the stands, stages, and artists that transform the island into a multicultural world for an entire week.

This strength might be one of the main reasons why this year’s edition closed with 2 sold out dates and a total of 452 thousand entrances from over a hundred countries ( Netherlands, UK, Germany, France, and Italy being the widest numbers). Unlike the 2016 edition, this year’s line-up opened with P!NK, followed by the afternoon performances of Birdy, the fantastic Glass Animals, the Two Door Cinema Club, Iggy Azalea, PJ Harvey, George Ezra, Alt-J and The Kills, to name but a few. In the A38, the most attended stage, the Crystal Fighters, spectacular as fireworks, the very young but not green The Strypes, Flume, The Courteeners, The Vaccines, Mac DeMarco, the Bad Religion, the Interpol, and Tycho. As Italians, we have to mention Cosmo, Le Luci della Centrale Elettrica (alias Vascone nazionale n.2 ), Tre Allegri Ragazzi Morti.
Evening performances of Wiz Khalifa, Major Lazer, Macklemore & Ryan Lewis, Kasabian and The Chainsmokers, each with more than 20 thousand audience members, lighted the whole island.

For the future, another great opportunity arose: an American investment fund, the Providence Equity Partners, acquired the majority of the Sziget Cultural Management, changing the managers at its top and its CEO: Károly Gerendai, the now 47 years old founder, left his place to Tàmas Kàdàr, a younger and more language-friendly person to the festival itself. Only the next edition will let us know if the style stays as it used to, but everyone is positive about it.

Before attending such a magnificence, I read about the splendor and magnificent sense of freedom the Sziget gives. But experiencing it is even better. The only flaw I have to point out is the bad lighting that guides to the different stages and areas of the island. Surely, for their next edition, beginning the 8th of August 2018, they will correct it. and maybe add some tents camps, for the brave to sleep into (three night at least, as I did).

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