A cura di Giovanni Peparello

Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere, queste foibe e sodaglie interstiziali che i giusti vedono dalle auto e dai treni, un’altra vita sogna. Deformi o neri o folli, fuggiaschi di ogni risma, stranieri in ogni contrada. […] Un sipario si alza sul mondo occidentale. Una sottile pioggia di fuliggine, insetti morti e ossicini anonimi. Il pubblico siede avvolto in uno strato di polvere. Dentro le orbite svuotate del cranio dell’interlocutore un ragno dorme e le spoglie snodate del buffone impiccato dondolano tra voli di mosche, pendolo d’ossa in abiti variopinti. Creatura a quattro zampe corrono avanti e indietro sulle tavole. Le forme più primitive sopravvivono.

suttree-di-cormac-mccarthy-voxCornelius Suttree vive sulla sponda di un fiume. Passa il giorno a pescare e la notte a dormire o a bere: questa è tutta la sua vita, il mondo che ha scelto.

Entriamo nel libro e ci perdiamo in una moltitudine di ladri, derelitti, miscredenti, paria, poltroni, furfanti, spilorci, assassini, giocatori ruffiani, troie, sgualdrine, briganti, bevitori, ubriaconi, trincatori e quadrincatori, zotici, donnaioli, vagabondi, libertini e debosciati vari. L’unica guida all’interno di questo guazzabuglio di umanità è la coscienza dello stesso protagonista, Suttree, che si abbandona al quieto vivere come la sua barca si abbandona al fiume. E proprio il fiume è il simbolo dell’opera: uno scorrere continuo ed esagerato di vite e detriti, ripetizioni, debolezze e povertà, che fa della propria lutulenza la cifra del racconto. A volte, nella scrittura, affiora il pensiero del protagonista, che si lega senza soluzione di continuità al mondo percepito.

Il personaggio Suttree non rimane quindi solo un personaggio, ma diviene egli stesso il libro, perso in una struttura caotica ma non casuale che si svelerà solo alla fine della vicenda.
Uomo colto, è scappato dall’università e dal mondo civile per liberarsi da un peso insopportabile che lo angoscerà per tutta la vita. Ha scelto di vivere immerso in questo contro-mondo, in una città parassita, dove nell’arco di tre anni la realtà che conosciamo sembra essere sparita del tutto, relegata non soltanto al sottofondo ma quasi a un’altra dimensione. La periferia rimane identica a se stessa, una città sovvertita e marginale. Questo è il mondo di Suttree.

Cormac McCarthy è un autore che solo di recente è stato pienamente scoperto dal pubblico italiano, sull’onda dei successi cinematografici tratti dai suoi libri come Non è un Paese per vecchi o La strada. Questa è un’opera diversa dalla vulgata hollywoodiana, uscita nel 1979, all’apice della vena inventiva dello scrittore, dove gli affreschi paesaggistici e la crudeltà umana del solito McCarthy si incrociano con un’introspezione inedita.
Esagerato, grottesco, ridondante, esilarante e disperato, Suttree è il libro totale di un pilastro della letteratura americana contemporanea, travolgente e limaccioso, rombante e impreciso, da cui sarà difficile non uscirne frastornati.

(Non ne uscì frastornato McCarthy, che pochi anni dopo pubblicò Meridiano di sangue).

Commenti su Facebook
SHARE