Suffragette: se il femminismo al Cinema è più utile alla Storia

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1793. Il capo di Olympe de Gouges è chino, orientato sui ciottoli della piazza, mentre la folla attende più silenziosa del solito. Poi un colpo, sordo, lama contro lama; e una testa dagli occhi languidi che rotola per qualche metro, prima di roteare su se stessa e culminare in un’ultima stasi, rivolta verso quella bandiera francese per cui aveva lottato, rea di aver attaccato la deriva illiberale della Rivoluzione. Una donna che aveva il diritto di salire al patibolo ma non quello di salire alla tribuna; la prima scrittrice francese a rivendicare, nella Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791), uguale dignità di essere umana.

Le Suffragette, movimento britannico volto ad ottenere il suffragio femminile, però, presero piede negli Uk quasi cent’anni più tardi, perché il percorso verso la libertà è sempre tanto tortuoso quanto giusto, e di certo non poteva accontentarsi delle microscopiche concessioni del Corporations Act di John Stuart Mill. Si arriverà alla Women’s Social and Political Union di Emmeline Pankhurst, agli scioperi della fame, le auto-incatenazioni, gli incendi alle casette postali, le finestre rotte a colpi di mattoni. Persino al martirio, che non rende mai felice nessuno, nemmeno in cielo. Poi, in un giorno a ponte tra due guerre, anche i cantieri del London Bridge, aperti da 150 anni, videro l’alba del 1928, l’anno della conquista.

Oltre Oceano, qualche decennio prima, sul grande schermo non c’erano ancora i colori, le labbra si muovevano frenetiche senza emettere alcun suono che potesse interromperne il significato visivo e la durata non si calcolava in ore e minuti ma in metri (quelli dei rulli). Era il 1914, e aveva luogo un film civilmente visionario e coraggioso che prediceva il futuro: Your Girl and Mine di Giles Warren, in cui veniva concesso il voto alle donne quattro anni prima dell’effettiva entrata in vigore negli Usa. Quindi passano altri cento anni e, giunti al 2016, se escludiamo Ukraine is Not a Brothel – quello recente sul movimento Femen, per intenderci – e Angeli d’acciaio (2004) – perché era un FilmTv, e la differenza è tanta – di pellicole sul femminismo se ne è vista solo una, il capostipite La sorridente Signora Beudet. Peraltro del 1922.

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Tutto ciò per dire che, quando si parla di temi storici come femminismo e diritto di voto, nella Storia del Cinema l’argomento è pressoché inesistente, e che Sarah Gavron, regista britannica laureata in letteratura inglese e dai trascorsi televisivi e documentaristici, al suo secondo lungometraggio dopo Brick Lane, almeno sulla carta ha tutte le intenzioni di omaggiarlo al meglio. Per farlo raduna in Suffragette un cast di grande spessore e ci catapulta nella Londra del 1912, dove la giovane lavandaia Maud (Carey Mulligan) si ritrova al centro di una protesta per il diritto al voto femminile e riconosce una collega, Violet, che la incoraggia a unirsi al movimento delle suffragiste guidato da Mrs.Pankhurst (Meryl Streep, giusto un cameo), dove incontrerà Edith (Helena Bonham Carter) ed Emily. Insieme porteranno avanti un’ardua battaglia per ottenere l’uguaglianza.

A livello tecnico, però, la battaglia è un fallimento, con la regia che disattende le potenzialità del cast e si sviluppa in modo antiquato, scevra da qualsiasi pretesa di profondità o intensità, lasciando perplessi di fronte all’inserimento della Gavron nella Top10 registi emergenti secondo Variety. Il risultato è da un lato un lavoro didascalico che non appassiona, dall’altro uno spunto istruttivo-politico che non raggiunge piena maturazione per via della scelta di Abi Morgan – la stessa penna di The Iron Lady e dello splendido The Hours – di costruire la sceneggiatura intorno al personaggio fittizio di Maud.

E Carey Mulligan (Maud), la trentenne londinese che debuttò con Orgoglio e Pregiudizio e molti ricordano per aver affiancato Gosling in Drive, Fassbender in Shame o essere stata la Jean di Inside Llewyn Davis e la Daisy de Il Grande Gatsby, in questo caso – seppur sempre molto brava e graziosa – non riesce a reggere l’urto e ad avere la forza necessaria per caricarsi l’intero copione sulle spalle. Impossibile imputargliene una colpa.

Al di là della facile retorica che ci poterà a prevedere le battute in anticipo, la conseguenza principale di tale direttiva è il focalizzare le scene di maggior portata emotiva sui fatti della vita privata di Maud, piuttosto che dare lustro al femminismo. E se gli atti d’amore materno, la sofferenza Dickensoniana e la violenza delle repressioni possono dirsi riuscite e definirsi il maggior pregio del film, nel contempo aprono la strada al maggior difetto: il contesto storico, infatti, scenograficamente ben rappresentato da costumi, vetture e ambientazioni, risulta privo di valenza, e il Movimento femminista, che dovrebbe essere il vero motore della trama, sostanzialmente non è ritratto, se non in una manciata di donne che paiono agire secondo criteri casuali.

Si capisce che, per un film che decide di dare la precedenza al messaggio piuttosto che alla tecnica, la mancata costruzione di un’analisi storica sia più una colpa che una virtù. Sarebbe stato meglio, piuttosto, concentrarsi sulle suffragette come movimento sociale, optare per un affresco collettivo, sottolineare la sofferenza e il coraggio attraverso le lotte di gruppo.

Tuttavia, volendo aspirare a una visione globale e socio-politica, la pellicola della Gavron resta una di quelle utili e da diffondere, poiché i diritti delle donne non sono ancora affermati in tutto il mondo e c’è bisogno di ogni mezzo disponibile per rimotivare il femminismo internazionale. Alla lunga, insomma, ci si ricorderà più del ripassino di storia che del film, sufficiente, della Gavron. Ma è un bene.

A cura di Federico Lucchesi

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