STAY CLASSY: LA LINEA D’OMBRA, UN ROMANZO DA LEGGERE A VENT’ANNI

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A cura di Nicolò Valandro

Joseph Conrad era un uomo di mare e tale rimase anche a terra, quando cominciò a scrivere. Ciò significa che per lui il termine di paragone assoluto per ogni esperienza, personale o universale che fosse, è sempre stato il mare. È questo il luogo reale ed insieme ideale in cui Conrad riesce a dare al proprio vissuto la carica e la valenza universale che tanto si respirano nelle sue opere, quasi che l’esperienza marittima in lui assumesse un valore più anagogico, che simbolico. Un valore apprezzabile nella misura in cui viene condiviso.

Questo aspetto della poetica conradiana assume un ruolo centrale ne La Linea d’Ombra, un romanzo dalla forte impronta autobiografica. Non a caso il titolo originale dell’opera è The Shadow Line: A Confession, ed è appunto sotto questa luce d’intima confidenzialità che si struttura tutta la narrazione, abbracciandone ogni elemento, dall’ironia del narratore al tratteggio delicato ed incisivo di luoghi e personaggi.

Come già notava Pavese nella prefazione all’opera, l’esotismo spesso imputato a Conrad non ha nulla a che vedere con il manierismo pittorico di altri autori, quali Kipling o London, né con l’impeto tragico ed epico di Melville e dei suoi oceani biblici, ma affonda a piene mani nella materia viva del ricordo, della sua stessa gioventù, trascorsa a bordo dei mercantili britannici. Un mare quindi, quello de La Linea d’Ombra, che fin dalle prime righe si carica di un’inquietudine e di una vaghezza tutte giovanili, con cui l’io narrante, nel pieno della maturità, si paragonerà ironicamente per tutto il racconto. Da quest’ultimo aspetto si intuisce che la confessione di Conrad si sviluppa su un doppio binario: da un lato una tra l’autore e il lettore, e dall’altro tra il sé maturo sulla soglia dei sessant’anni e il suo alter-ego giovanile. Se nel primo caso appare intuibile la ragione per cui Conrad instauri questo rapporto (la natura di ogni confessione necessita d’altronde di un altro a cui rivolgersi), nel secondo caso ci troviamo di fronte al nodo tematico attorno al quale si sviluppa l’intera narrazione: il passaggio dalla prima giovinezza alla piena maturità, attraverso quella zona grigia, sul limitare della quale si profila una sottile linea d’ombra, come a spartire gli emisferi della giovinezza e della maturità.

Si potrebbe persino definire La Linea d’Ombra un’opera a metà strada tra il romanzo d’avventura e il racconto di formazione. La definizione più corretta, tuttavia, sembrerebbe quella di “racconto di iniziazione”: la traversata incompiuta del protagonista, le sfide che lo attendono al comando della sua prima nave, lo spettro del capitano defunto e, in ultimo, la tempesta che giunge al culmine di un climax di difficoltà e privazioni, fanno pensare a questo viaggio come ad una prova da superare per il conseguimento della maturità. Eppure, per Conrad, la maturità non ha nulla a che fare con quella risolutezza d’animo che si ci aspetterebbe da un uomo che ha passato molti anni della sua vita in mare. L’autore sembra definire piuttosto la maturità come presa di coscienza del proprio limite.

Tutti i personaggi che si avvicendano ne La Linea d’Ombra, infatti, sono caratterizzati da una mancanza costituiva, quasi un difetto di fabbricazione, come il cuore malandato di Ransome o il perenne stato febbrile del primo ufficiale Burns, che li costringe pagina dopo pagina ad entrare in conflitto con questo limite, nel tentativo di superarlo. Lo stesso protagonista, quel giovane capitano speranzoso senza nome, si trova dopo giorni e giorni di bonaccia a fare i conti con l’incapacità di porre rimedio alla situazione. Solo la somma collettiva di tutte le forze in gioco, per quanto parziali, permetterà alla nave di rientrare in porto, non senza una buona dose di fortuna, come ammette lo stesso Conrad nella prefazione. Lo stesso finale sembra suggerire questa interpretazione: il racconto si chiude infatti emblematicamente con l’uscita di scena di Ransome, il più leale e coraggioso degli uomini a bordo, mentre risale la scaletta timoroso che il cuore gli venga a meno da un momento all’altro, o come scrive Conrad «con una paura da morire di suscitare l’ira improvvisa del comune nemico che era sua dura sorte portare consapevolmente nel petto leale».

La linea d’ombra allora non sembra tanto una prova da superare, quanto più una condizione da accettare e con cui relazionarsi ironicamente, come sintetizzato dal capitano Giles: «la verità è che nella vita non bisogna dar troppo peso a nulla, buono o cattivo che sia». Lo stesso che dopo poche righe, quando il protagonista confesserà la sua mancanza di coraggio, aggiungerà: «Imparerete presto a non sentirvi scoraggiato. Uno deve imparare tuttoecco quello che tanti di quei giovincelli non capiscono». È quest’ultima battuta, che Conrad mette in bocca al capitano Giles, la figura che più si avvicina ad un padre per il protagonista, che ci fa comprendere al meglio la dedica “altisonante” – come la definì lo stesso Conrad –al figlio Boris e a tutti i giovani impegnati nella prima Guerra Mondialela linea d’ombra della loro generazione»). L’esperienza del giovane Conrad testimonia infatti che la linea d’ombra può essere accettata e superata solo imparando a paragonarsi costantemente con il limite da essa imposto, accumunando gli sforzi di quanti si trovano a doverla affrontare, siano essi i commilitoni del figlio Boris o gli uomini «degni della mia stima imperitura» che seguirono Conrad a bordo dell’Otago.

Per questo motivo credo che La Linea d’Ombra sia un romanzo che vada letto a vent’anni: perché nella traversata verso la maturità che questa età sembra imporre, con il fastidio e l’inquietudine che ne conseguono, ciascuno possa sentirsi accompagnato dal sorriso ironico e paterno di un uomo con abbastanza anni di navigazione alle spalle da non prendere nulla troppo sul serio, se non il moto oscuro e misterioso delle onde del mare, su cui si rinfrange di continuo il suo sguardo indagatore, quello di Joseph Conrad.

 

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