STAY CLASSY: ALTRI CENTO DI QUESTI ANNI, STORIA E STORIE DI UN’ORDINARIA FAMIGLIA COLOMBIANA.

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A cura di Nicolò Valandro

La verità è che quanto più vi citeranno Calvino a memoria, ricordando la costante attualità dei classici, anche contemporanei, e quanto più vi consiglieranno di leggere questo  o quello, più le vostre scelte letterarie saranno naturalmente dirottate verso quei tomi dalle copertine sgargianti impilati agli angoli degli autogrill, con le fascette rosse che riportano le autorevoli opinioni del New York Times su come il Dan Brown di turno sia riuscito a tenere i lettori di mezzo mondo con il fiato sospeso, in attesa del prossimo, attesissimo, mirabolante sequel.

So che si tratta di una verità piuttosto malconcia e banale, per di più insoddisfacente, ma è da prendere seriamente in considerazione se si vuole proporre oggi, a quasi cinquant’anni dalla prima uscita, una delle opere più “sopravvalutate” della letteratura in lingua spagnola: Cent’anni di solitudine, di Gabriel Garcia Marquez. Un’opera tanto sopravalutata, da rischiare di non essere nemmeno più presa in considerazione, quand’anche ne aveste in casa una copia per libreria, come nel mio caso.

Da lettore ingenuo e piuttosto diffidente nei confronti della letteratura ispano-americana, mi sono sempre interrogato sul perché tra i libri della mia famiglia fossero molti quelli a portare stampato in copertina il nome di Gabriel Garcia Marquez; ricordo infatti quando mio zio, ai tempi in cui riteneva di dovermi fornire una cultura rivoluzionaria attraverso un preciso iter letterario e musicale, nonché filmico, mi regalò all’età di tredici anni una copia di Cent’anni di solitudine e una de Il giardino dell’Eden, di Hemingway.

Ora, si potrebbe discutere sulla lungimiranza di mio zio nell’azzeccare i miei gusti letterari con largo anticipo, e sull’indubbio sadismo nel regalare tomi così impegnativi ad un ragazzino di tredici anni che si appena affacciato al variopinto mondo della pubertà, ma la domanda che mi sorse quella vigilia di Natale rimase invariata fino al giorno in cui, un mesetto fa, non mi decisi a comprare e leggere per la prima volta quell’opera che Pasolini aveva stroncato senza remore: per quale motivo bisognerebbe leggere un’opera che porta stampato a caratteri cubitali sulla copertina una parola spaventosa, e allo stesso tempo così familiare, come solitudine?

Inutile aggiungere che dovetti aspettare di averne terminato la lettura, dopo essermi addentrato in quei cento anni di storie di guerre e d’amore e di sconfinata solitudine esistenziale, raccontate nel segno della più gustosa e drammatica ironia, per rispondere a quella domanda, esattamente come i discendenti di José Arcadio Buendía dovettero attendere cent’anni per scoprire il misterioso contenuto delle pergamene di Melquíades. Solo al termine di quella lettura ho capito cosa aveva tanto affascinato e commosso prima mio padre, poi mio zio ed infine tutti quelli che mi avevano additato Cent’anni di solitudine come la cosa più bella e triste che avessero mai letto.

In primo luogo, ad avermi meravigliato è l’operazione compiuta da Marquez nella sua opus magnum rispetto al microcontesto in cui si muovono i suoi personaggi. Macomondo, il piccolo villaggio fondato da José Aureliano Primo ai confini della palude, nel bel mezzo della jungla equatoriale, pur presentandosi come una realtà piccola e marginale per certi versi, riassume in sé tutti gli aspetti più drammatici e caratteristici che hanno caratterizzato la storia postcoloniale della Colombia. Non c’è bisogno di allontanarsi dalla Casa Grande dei Buendía per sapere cosa sta accadendo nel resto del paese e del mondo: le vicende dei singoli personaggi, per lo più adolescenti impazienti punti dallo scorpione dell’amore, come José Arcadio e Aureliano Primi, finiscono per trascinarli in giro per il mondo, caricandoli di storie e idee provenienti da altri paesi solo per ricondurli di nuovo a casa, a Macomondo, dove poter scaricare quel bagaglio, forse un po’ ingombrante, di innovazioni tecnologiche e teoremi rivoluzionari, compito che in principio era stato una prerogativa degli zingari.

In realtà, è come se Macomondo non fosse tanto un microcosmo o una rappresentazione in miniatura del mondo al di là della Grande Palude, ma il mondo stesso: tutto quello che accade fuori da Macomondo è quasi secondario, se non potenzialmente pericoloso e deviante, come si rivelerà essere l’arrivo della ferrovia, che porterà con sé lo sfruttamento delle multinazionali della frutta americane. È in questo modo che Marquez riesce raccontare la storia di un paese intero, limitandosi a raccontare la storia di un piccolo paesino, di quattro case colorate, immerso nel gracidio armonioso degli uccellini.

Il giudizio sulla Storia che ne emerge appare quasi inappellabile: gli uomini sono condannati a dimenticare, a ripetere gli stessi errori, fino alla fine dei loro giorni. Non ci sono generazioni abbastanza meritevoli da ricompensare del tutto gli errori di quelle precedenti: ogni toppa non fa altro che dare inizio ad un nuovo strappo. Per questo le trentadue insurrezioni promosse dal Colonnello Aureliano Bunedía risultano essere un completo fallimento: le aspirazioni idealiste e i liberali del Colonnello finiranno per scontrarsi con la dura realtà delle contraddizioni storiche, dei compromessi politici, e del formarsi di una nuova dittatura. La Storia tenderà perciò a ripetersi, ciclicamente: ai virtuosismi di una generazione, seguirà lo sfacelo della seguente, per essere poi riscattata da quella ancora dopo, e così via, fino alla fine dei giorni di Macomondo, quando un vento biblico spazzerà via tutto, emendando ogni colpa passata e futura. Interessante notare come per Marquez, la Storia, se da un lato sembra presentarsi come un apparente e illusorio passaggio dal disordine all’ordine, dove i vari elementi che compongono la civiltà sembrano quasi trovare una volta per tutte il loro posto (per poi perderlo di nuovo), dall’altro non fa altro che mostrare come il progresso tecnologico e sociale, porti con sé non solo una certa tendenza all’omologazione e alla perdita di memoria storica, ma anche ad una riduzione progressiva dell’immaginario collettivo. Per quanto quello che i critici hanno definito realismo magico sembra permeare tutta la storia di Macomondo, è evidente come la portata fantasmagorica dei singoli accadimenti va riducendosi di anno in anno, fino quasi a sparire del tutto, salvo poi riapparire alla fine per un’ultima, grandiosa scena finale.

Le diavolerie magiche degli zingari, come le stuoie volanti, lasciano il posto alle recinzioni elettrificate degli yankee, al cinema, alle auto e così via, fino a quando l’intero paesino, una volta colorato e caratteristico, risulterà apparire nei suoi ultimi giorni come un agglomerato di baracche di zinco e polvere, abitato da cani randagi e solitari figli di nessuno, come gli ultimi discendenti dei Buendía. Un’immagine drammaticamente vicina alle realtà provinciali dell’America Latina.

Eppure la lezione sulla Storia che affiora da Cent’anni di solitudine non si ferma qui. Il dato essenziale, che dà ragione del titolo, è che la Storia, ovvero lo scatenarsi di quelle forze sociali e culturali che portano ai grandi e in parte inutili mutamenti della civiltà, non è altro che la somma di tante storie, quelle cioè dei singoli individui, insignificanti e irrilevanti all’apparenza, che tuttavia costituiscono la linfa vitale e gli elementi primari i cui intrecci danno vita al tessuto vibrante della Storia stessa. Per gli abitanti di Macomondo, la Storia è sempre la storia di tanti individui, di persone, le cui scelte e i cui errori hanno avuto e avranno risonanza su tutto il resto del paese. Ecco allora che Aureliano Buendía intraprenderà la sua lunga e mirabolante carriera militare, che finirà per (non) cambiare il paese, solo dopo la morte di Remedios e dopo aver visto una donna incinta massacrata dalla polizia governativa nella piazza di Macomondo. Così come il successo imprenditoriale di Aureliano Secondo dipenderà unicamente dalla fecondità magica del suo rapporto con l’amante Petra Cotes. Ogni Buendía, a suo modo, contribuirà alla creazione, allo sviluppo e infine alla decadenza e distruzione di Macomondo, essendone ogni volta vittima e responsabile.

E se dunque la Storia non è altro che la storia degli uomini costretti a viverla e a subirla, ne consegue che la vita di ogni uomo è contraddistinta e animata da una profonda solitudine esistenziale, a cui nessun amore, nessuna rivoluzione possono trovare rimedio: ogni tentativo di arginare la forza dirompente e centrifuga di questa solitudine non risulterà solo fallimentare, ma persino pericoloso e autodistruttivo. Persino il vero amore, da Marquez inteso come una compagnia tanto carnale quanto spirituale, che ha tanto in comune con la follia quanto con il più disperato bisogno di tenerezza e comprensione, appare un barlume di speranza fragile, minacciato sia dalle rigide convenzioni sociali, sia dall’ombra incombente della morte, altro grande tema di quest’opera. E sebbene nell’immaginario di Cent’anni di solitudine la morte non appaia tanto come la fine di ogni cosa, quanto la più fedele compagna di ogni uomo, come testimonia il rapporto tra José Arcadio Buendía e il fantasma di Prudencio Aguilar, nemmeno questa sembra in grado di esaurire questa solitudine. Anzi, ne sembra quasi il trionfo, suggello ad una vittoria procrastinata per tutta la vita.

Appare lecito allora chiedersi cosa ci sia di salvabile in un’opera che dietro alla facciata ironica nasconde un retroterra ben poco rassicurante, se non proprio senza speranze. La risposta, per quanto banale possa apparire, a mio avviso è solo una: l’ineguagliabile bellezza con cui non solo Marquez tratteggia ogni istante della vita di tutti i personaggi, ma che fa emergere da quella stessa solitudine. Ogni personaggio, per quanto imperfetto, egoista e votato al fallimento, è portatore di una forza vitale che non gli appartiene, che sembra trascenderlo, che lo tiene incollato alla vita anche oltre la sua volontà, come testimonia il fallito tentativo di suicidarsi del Colonnello Aureliano. È quella stessa vita, apparentemente vana, a dimostrare come sia stata in realtà portatrice sana di una malinconica e assoluta bellezza. In questo senso, il romanticismo senza scopo e la vulnerabilità di ogni Bunedía sono quasi esemplari e, ad oggi, invidiabili.

Sia chiaro, appare evidente come l’intento di Marquez non sia quello di assolvere le mancanze e gli egoismi degli uomini, ma quello di rendersene e rendercene partecipi: alla fine del romanzo, infatti, è impossibile non percepire una certa empatia verso quella scalcagnata famiglia di Macomondo. Ecco, forse è proprio questo che tanto ha affascinato i lettori di Cent’anni di solitudine: la malinconica ed ironica empatia che Marquez riesce a generare tra se stesso, il lettore e i suoi personaggi. Un’empatia che, stranamente, riesce a farci sentire meravigliosamente soli.

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