STARDUST

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Andy Warhol in mostra al Museo del Novecento

a cura di Edoardo Donati

Nessuno oserebbe negare che Andrew Warhol fu molte cose: un profeta, un provocatore, un profano. Né che la sua carriera mancò di critiche, talvolta aspre. Sfrontato, irriverente, sacrilego. Critiche cariche dello stesso sdegno che colpì Caravaggio quando dipinse “La Morte della Vergine”, quello cieco e angusto dei rispettabili che rifiutarono una iconografia ai loro occhi troppo audace e terrena per risultare appropriata. Indignazione che invece rigettava un’immagine delle più religiose, che ancora oggi incarna una comprensione profonda della forza rivoluzionaria del mistero e parla con lo stesso linguaggio scioccante della rivelazione che intende mostrare.

Sarebbe ancora più grave giudicare Warhol negandogli profondità e sensibilità. Anzi, ben poche visioni si poggiano su un così forte senso religioso.
Una consapevolezza tale che ha un esito quasi Nietzschiano: Dio era, ma è morto. Ma nuovi divi abbondano, e la venerazione verso di loro è tanto più fervente quanto più luccicanti sono le loro Cadillac, folte le loro pellicce e corte le loro gonne. Le bottiglie di Coca Cola, affiancate, hanno la stessa imperturbabile immobilità delle teorie di santi in una basilica bizantina. Ma non solo, hanno lo stesso valore iconico mentre stanno disposte ordinatamente sui ripiani di un qualunque supermercato. Le latte di zuppa Campbell’s assomigliano alla Monna Lisa, ci dice lui: dalle linee curve dello scollo al volto in corrispondenza dello stemma dorato della marca. Perché al di là del sorriso impenetrabile della donna leonardesca Warhol vede, con acutezza, la diva. Invecchiata male, per giunta. Ironicamente, la sua opera è invecchiata forse peggio. Così Marilyn muore tre volte: in un ancora discusso incidente, nel consumo forsennato della sua immagine ed infine nella effigie edulcorata delle sue serigrafie, referti definitivi del suo decesso.

Perché se Dio tende a nascondersi ai nostri occhi, nuovi miti invece ci rincorrono inseguendo la notorietà sui cartelloni pubblicitari e sulle prime pagine delle riviste. Ma così facendo arrivano a godere di una immortalità diversa, necessariamente logora e sbiadita: proprio quella in cui Warhol li ritrae, in immagini imprecise e disfatte, dal colorito innaturale e dai contorni approssimativi. Sono foto di cadaveri, e la polvere di diamante che impreziosisce alcune di esse (Stardust) copre a malapena i segni della putredine che è il destino ineluttabile di ogni moda. Almeno finchè non se ne crea un’altra.

Allora forse la critica altro non è che l’incapacità di accettare una verità dolorosa. Warhol lo sa, e non giudica. Siamo noi che lo vediamo di volta in volta superficiale entusiasta o critico impietoso. Egli, da artista, ha raccontato la realtà per quello che è, una realtà che incontra di continuo il nostro rifiuto mentre ogni giorno partiamo da casa decisi ad arricchirla di un significato più profondo, ma dando sempre uno sguardo allo specchio prima di uscire.

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