On Stage: Sogno, gioco e (s)fortuna in “Non ti pago”

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Il suo autore Eduardo De Filippo l’ha definita «una commedia molto comica che secondo me è la più tragica che io abbia mai scritto», e “tragicomica” sembra proprio la definizione più azzeccata.

La commedia in scena dal 21 marzo al 2 aprile al Piccolo Teatro Strehler, è l’ultima per la regia del figlio dell’autore, Luca De Filippo, e ci cala fin da prima che il sipario si alzi nell’atmosfera di una Napoli di qualche decennio fa, con le sue inconfondibili tradizioni.

Il palcoscenico è incorniciato da numeri della smorfia che si ricollegano al tema del gioco e del sogno, i protagonisti principali della storia.  Il sipario ancora abbassato raffigura schedine del lotto e il tutto è completato dai tradizionali “cornicielli” rossi portafortuna.

È subito chiaro quindi quale sia il tema attorno al quale De Filippo gioca con un pizzico di amara ironia. La superstizione e la scaramanzia porteranno il protagonista Ferdinando Quagliuolo ad iniziare una vera e propria guerra contro tutti pur di dimostrare che la quaterna che ha fruttato una vincita di quattro milioni di lire all’acerrimo rivale Mario Bertolini gli spetti di diritto. È stato infatti il padre defunto di Ferdinando a comunicare i numeri vincenti in sogno a Bertolini e “possiamo mai supporre la malafede di un defunto?”: Ferdinando è certo che quel presagio fosse diretto a lui e farebbe di tutto per dimostrarlo.

“Non ti pago!” ripete al povero Bertolini dopo essersi impossessato del biglietto vincente, e “non è invidia, ma sete di giustizia!”, si giustifica.

E nella sua lotta per la “giustizia”, il protagonista si avvale prima della legge terrena, che però non sembra assecondarlo, poi si rivolge a quella divina, scagliando sul povero Bertolini una maledizione che gli impedirà di ritirare il suo premio in denaro, perseguitandolo con ogni tipo di tragicomica sventura.

La lingua ufficiale è, ovviamente, il napoletano, che a tratti può rappresentare un limite alla comprensione, ma che si rivela nel complesso l’ingrediente fondamentale per rendere il tutto più realistico e vivace.

Con un umorismo e un’ironia un po’ pirandelliane, interpretazioni che colorano la scena e definiscono le personalità così diverse dei personaggi, De Filippo fa sorridere e allo stesso tempo riflettere sull’incapacità del protagonista di accettare la propria sorte, strappando anche un interminabile applauso finale.

a cura di Elena Abbatiello

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