È solo la fine del mondo, Xavier Dolan

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La prima volta che ho visto questo film sono uscito dalla sala decisamente poco tranquillo.
Dopo la maratona di tutti film di Dolan al cinema Beltrade dall’alto della mia inesistente criticità cinematografica mi ero prefigurato un ipotetico svolgimento di È solo la fine del mondo. Ovviamente ho passato un’ora e mezza ad attendere qualcosa che non è arrivato. Inizialmente mi sono sentito come tradito, poi mi sono accorto di aver visto il film in un modo sbagliato e quindi sono tornato a vederlo. Vorrei fare alcune considerazioni che mi hanno decisamente aiutato a rileggere il film e ad apprezzarne profondamente i contenuti. Non mi soffermerò sulla trama, a voi la visione.

Innanzitutto ho guardato tutto il film senza ricordarmi che è un adattamento cinematografico di un testo teatrale (Giusto la fine del mondo di Lagarce), chiave di lettura fondamentale. Questo giustifica il cambio di rotta: si passa da spazi aperti a luoghi chiusi, tremendamente senza via d’uscita. Fin dall’inizio non c’è un momento di apertura: un aeroplano, un taxi, il limite angusto di una casa, l’abitacolo di un’automobile. L’esterno è intravisto ma mai vissuto. I colori sono generalmente scuri. Nonostante la presenza di colori sfarzosi (trucco, vestiti), la luce sempre smorzata li rende tristi, malinconici e pacchiani.
Persino nel pranzo sulla veranda la sensazione è di un enorme bolla che corrisponde al recinto della casa di periferia in cui è ambientato il film.
La vicenda intera quindi si regge sul linguaggio, fragile mezzo costantemente messo in crisi dal fraintendimento, tra i personaggi e tra il film e lo spettatore.

Deve succedere soltanto una cosa: la confessione dell’imminente morte del protagonista, Louis (Gaspard Ulliel), alla propria famiglia dopo anni di distacco. È l’unico motivo che lo spinge a tornare sui propri passi, il motore di tutta la rappresentazione, ma non accade.
C’è un’attesa che dura da 12 anni, un affetto radicale vissuto in maniera completamente diversa da persona a persona: per la madre è il ritorno del figlio, per la sorella mai conosciuta (Lèa Seydoux) è l’incontro atteso da una vita con una figura pressoché mitizzata, per il fratello (Vincent Cassel) è la drammatica incapacità di abbracciare una persona da cui si è sentito abbandonato.
Il disagio che Dolan mette saggiamente in mostra vuole farlo vivere in prima persona allo spettatore, che non può che rimanere intrappolato nella mitragliatrice dei primi piani, nella frammentazione delle frasi non finite, nelle interruzioni, nei litigi violenti e apparentemente immotivati.
L’unica ancora di salvezza dello spettatore, perso in questa dinamica, è l’analisi della comunicazione non verbale. La comprensione del film, una volta constatata la crisi del linguaggio, è tutta nascosta nel non detto. Il personaggio di Catherine, pregevole Marion Cotillard, è l’esempio concreto di questo. Maschera sostanzialmente muta, è l’unica che riesce forse a cogliere qualcosa di Louis, solo grazie ai lunghi silenzi e gli sguardi.

Basterebbe poco, un passo indietro di tutti o un passo avanti del protagonista. Ma il tempo ha logorato qualcosa in profondità e porta a una totale e drammatica incomunicabilità.
La sola conseguenza possibile al termine di questo circolo vizioso è l’implosione, proprio quando al culmine del pathos lo spettatore si aspetterebbe normalmente un qualsiasi tipo di distensione o svolta, anche minima, a cui Dolan ricorre poco ma in modo saggio (con scene personalmente memorabili, si veda Lawrence Anyways o Mommy).
Tutto si chiude dentro le claustrofobiche mura domestiche che soffocano il protagonista, come quell’uccello che sbatte contro le pareti senza trovare una via d’uscita finché stramazza al suolo (morto?). Il solo rifugio possibile è la zona franca del ricordo che accompagna il protagonista in due scene della sua infanzia (con la gita fuori porta insieme alla famiglia dove emerge la figura sfuocata del padre) e dell’adolescenza (prime esperienze sessuali e con la droga). Ovviamente basta un nulla per spezzare questi momenti “madeleine” e la breve distensione onirica viene in entrambi i casi bruscamente spezzata.

Personalmente ho trovato mature già alcune sue opere precedenti, ma in È solo la fine del mondo ha sicuramente fatto un passo avanti su alcune questioni. Una tra tutte il tema dell’omosessualità: da ossessivo centro dei suoi film, ora è un elemento assodato, o meglio accettato. Lontano da qualunque tabù si limita a qualche battuta iniziale, come quando la madre dichiara di essersi truccata e vestita in modo molto kitsch perché gli omosessuali apprezzano i vestiti sfavillanti.
Un grande applauso come al solito alla colonna sonora, che sempre è uno dei punti fondamentali del cinema di Dolan, che con estrema leggerezza amalgama qualsiasi genere musicale, dalla classica alla commericale. E sfido qualunque regista a inserire Dragostea Din Tei in un melodramma del genere senza risultare ridicolo.
Insomma ciò che è avvenuto rileggendo il film è stato un netto spostamento dalla delusione per il film alla delusione umana che il film rappresenta in maniera decisiva.

Il sollievo della distensione che smorza la tensione accumulata nel susseguirsi delle scene ansiogene non è concesso. Il contrario del sollievo è l’angoscia, il non riuscire a andare oltre il proprio muro, il soffocare una persona nel tentativo di amarla, senza sapere come fare. Questo può piacere o non piacere ma è drammaticamente reale e Dolan nega ancora una volta allo spettatore la soddisfazione di non fare i conti con sé stesso, di non scontrarsi col crollo dell’illusione di essere padrone di sé stesso e della propria vita.
Non credo che Dolan abbia inventato nulla di nuovo anzi, ma resta unico il suo modo attento, umano e mai banale di interpretare le vicende umane più sconfinate, che film dopo film non tradisce il suo inconfondibile marchio d’autore (a 27 anni).

a cura di Giovanni Pedersini

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