On stage: Sogno d’autunno: il passato come tempo presente

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Sogno d’autunno, in scena al Teatro Franco Parenti dal 22 marzo al 2 aprile 2017, è uno spettacolo diretto da Valerio Binasco che ha rimodellato il testo del drammaturgo norvegese Jon Fosse ricreando un’atmosfera teatrale onirica che oscilla tra la dimensione mitica e quella spettrale.

Una panchina collocata all’interno di un cimitero è il luogo d’incontro tra un uomo (Michele di Mauro) e una donna (Giovanna Mezzogiorno) che sembrano sbattere l’uno contro l’altro dopo tanto tempo.

Non accennano al loro passato insieme, ma manifestano una sofferenza profonda e una rabbia contro il destino che li ha divisi fino a quel momento, un momento che sembra essere figlio del fato.

I due non sanno se avvicinarsi, se parlarsi, se toccarsi eppure sembrano essersi aspettati da tutta la vita e la scena risulta quasi ridondante perché l’indecisione e la paura dilatano i tempi della scelta e invitano lo spettatore a seguire ogni flebile sfumatura dei loro scrupoli.

L’uomo, per di più, è sposato con un figlio e tenta con tutte le forze in suo potere di non andare incontro a quello che appare assumere più i contorni del passato che del futuro.

I due sono quasi intrappolati dal passato da ciò che fu, perché si trovano esattamente al centro di una disseminazione di lapidi dove giacciono i corpi di chi ha esaurito la propria opportunità alla vita.

Ciò che è vivo e ciò che è morto si incrociano fino a confondersi in un’aura misteriosa e leggendaria dove pure i fantasmi potrebbero uscire dalle tombe, se solo lo volessero.

Chi è la donna? È l’amante del passato o è la morte stessa?

Questo interrogativo corre per tutta la pièce e sembra essere, in parte, chiarito dalla famiglia stereotipata dell’amato, che subentra in un secondo momento quando un altro evento legato al contesto spettrale irrompe e costringe i due amanti ricongiunti a presentarsi insieme e ad incontrare l’ex moglie.

Gli intrecci ricordano vagamente uno sceneggiato televisivo in cui il dramma ricorre puntualmente all’ordine del giorno e carica i personaggi – tra tutti la signora che vede il figlio divorziare e rincorrere un vecchio amore – di una disperazione tragica che, paradossalmente, sortisce l’effetto inverso e sconfina nel comico.

La riunione di famiglia che vede tutti presenti tranne il figlio (meglio lasciare i più piccoli fuori dalle questioni degli adulti) si trova a fronteggiare la perdita, l’assenza.

Anche quando i personaggi parlano lo fanno al passato, lo fanno ricordando, richiamando alla memoria un tempo irraggiungibile.

Le figure, presentate in tutto il loro carattere effimero, sembrano essere state scaraventate sul palcoscenico proprio da quel tempo remoto e, a fatica, si muovano nel presente costellato di pericoli e improvvise tragedie.

Chi sopravvive alla fine, con un po’ di confusione per lo spettatore, sono le tre donne della pièce, abbandonate dagli uomini della loro vita, e continuano a muoversi nel cimitero, forse, anche loro, prossime all’oblio, ma riconciliate nei loro ruoli di madre, moglie e semplicemente di amata.

di Jon Fosse

con Giovanna Mezzogiorno, Michele Di Mauro, Milvia Marigliano, Nicola Pannelli,

Teresa Saponangelo

regia Valerio Binasco

scene Carlo De Marino

costumi Sandra Cardini

luci Pasquale Mari

musiche Arturo Annecchino

assistente alla regia Maria Teresa Berardelli

A cura di Cecilia Angeli

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