Jean Basquiat

He was one of the people I was truly corius of…but he was too fragile for this world“. (Madonna)

Era SAMO sui muri di Soho. Poi Jean-Michel Basquiat per i collezionisti d’arte e per le riviste. Era semplicemente Jean per Andy Warhol o per la donna della sua vita travagliata, Suzanne Mallouk. Oggi è conosciuto come il “James Dean dell’arte moderna” perché vittima troppo giovane di un mondo che non lo capiva veramente. Il mondo degli anni ’80. Il mondo della grande metropoli di New York. Il mondo delle gallerie d’arte e dei collezionisti famelici a cui interessa solo appendere i quadri degli artisti emergenti alle pareti dei propri salotti. È il mondo dell’arte che diventa moda. E il mondo delle grandi feste, delle grandi vetrine e della droga. Tanta droga. E del razzismo. Quello di facciata ma anche quello violento. È il mondo della morte prematura per overdose o per AIDS. 

È il mondo degli artisti contro corrente scaraventanti in una realtà che non gli appartiene perché troppo fragili, troppo sensibili, troppo veri.

Jean-Michel Basquiat era uno di questi.

Un personaggio estroso e bizzarro almeno quanto la sua arte, riconoscibile dal nido disordinato di dreadlocks che portava legati sulla nuca e in cui nascondeva la cocaina. Dal sorriso imbarazzato che sfoggiava davanti alle telecamere, sintomo di un disagio interiore che non riusciva a raccontare se nelle sue tele. Dagli abiti sformati, logori, sporchi di pittura che indossava in strada e da quelli dal taglio elegante, sartoriale, firmati Armani che invece indossava in casa per dipingere. Come diceva Suzanne: 

“Una delle cose più difficili da descrivere di Jean era la sua eleganza. C’era qualcosa di leggiadro nel modo in cui si muoveva e parlava. Qualcosa, in parte, dovuto alla droga, che lo rendeva molto magro e con un aspetto fanciullesco. Ma era anche qualcosa d’innato”.

Un aspetto fanciullesco che caratterizza con grande impatto anche la sua arte, definita non a caso “analfabeta” perché intrisa di figure infantili e rozze, piene però di grandi significati, nascosti, nella maggior parte dei casi, ma anche esplicitati da un numero esorbitante di parole. Parole captate dalla televisione, dalle riviste o semplicemente dalle conversazioni, attraverso le quali Basquiat tenta di trovare una propria dimensione in quel mondo vorace che era il mercato dell’arte. È lui stesso a dire: Cancello le parole in modo che le si possano notare. il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più”. 

Jean Basquiat

Una pittura, la sua, dal tratto deciso e marcato. Una pittura di pennellate espressive e concrete che non seguono nessuna regola. Una pittura nata dal mondo interiore di un ragazzo nero di periferia che, come una spugna, riusciva ad assorbire anche tutto ciò che il mondo esterno aveva da regalare alla sua inspirazione. Una straordinaria commistione di elementi, gettata sulla tela con un’istintività e una creatività cosi viva e originale da rendere artistici anche gli oggetti più banali, come assi di legno rozzamente sovrapposte, frigoriferi, vestiti, pezzi di carta o di plastica. Perché l’estro, quello ancestrale e incontrollabile dell’artista, esige attenzione, sempre.Testardo, sfrontato, prepotente, annulla ogni limite e scavalca ogni confine. Non ammette rese. E quando affiora, non c’è resistenza che tenga. 

“Non so descrivere il mio lavoro perché non è mai la stessa cosa. È come chiedere a Miles Davis, beh, com’è il suono della sua tromba?”

Basquiat amava la musica. I suoi dipinti si inspiravano ai musicisti jazz; lui si sentiva simile a loroMolti dei primi artisti jazz, si sa, non potevano neppure varcare la porta d’ingresso degli alberghi e dei locali in cui andavano a suonare, ed erano costretti a entrare dal retro e dalle cucine; io penso che Jean considerasse questo particolare una metafora nel suo posto del mondo dell’arte dei bianchi: era entrato dal retro. Ma per irrompere come mai nessun nero aveva fatto prima.

12 agosto 1988. Il corpo di Jean viene trovato nel suo loft di Great Jones Street. Non ce l’aveva fatta a non superare il limite. Il limite invisibile della tossicodipendenza. Era contorto davanti a un ventilatore, probabilmente in cerca di un po’ aria. È soffocato nel suo vomito. Era da solo. Come è sempre stato, anche nello scintillio accecante della fama.  Langston Hughes gli dedica una poesia, declamata in occasione dei suoi funerali:

“Questa canzone è per il genio bambino.

Cantala piano, perché è una canzone ribelle.
Cantala piano, più piano che puoi
– che non ti scappi di mano.
Nessuno ama un genio bambino.
Sapresti amare un’aquila,
docile o selvaggia?
Selvaggio o docile sapresti amare un mostro dal nome spaventoso?
Nessuno ama un genio bambino.
Liberalo e lascia che la sua anima corra selvaggia”.

Jean Basquiat

A cura di Alessandra Capone

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