SEI ICONE DELL’ARTE PER EXPO:LO SPOSALIZIO DELLA VERGINE, RAFFAELLO SANZIO.

1784

A cura di Chiara Cecchi

Per affrontare la calura estiva che in questo periodo funesta la nostra quotidianità cittadina possiamo concederci un gelato o magari una granita ghiacciata; il rimedio che noi di Vox vi suggeriamo è di riposare mente e corpo nella fresca penombra della sala XXIV della Pinacoteca di Brera e ammirare uno dei capolavori senza tempo che l’arte rinascimentale italiana ha generato: Lo sposalizio della Vergine di Raffaello. Il nostro viaggio attraverso le sei icone dell’arte che accompagnano lo svolgimento dell’Esposizione Universale continua.

Raffaello, un artista che non avrebbe bisogno di presentazioni, tra i più amati e conosciuti dal pubblico. Nasce ad Urbino, nel 1483, da Giovanni Santi, un pittore oggi poco noto, ma all’epoca ben conosciuto nel circuito delle corti italiane. Il padre fornisce verosimilmente i primi rudimenti di pittura a Raffaello, ma in un secondo tempo lo mette a bottega dall’artista che aveva monopolizzato la scena figurativa del momento: Pietro Vannucci detto il Perugino. Quando esegue questo dipinto Raffaello ha circa vent’anni. Ha appena compiuto la sua formazione presso il maestro ed ha già realizzato le sue prime opere. Lo Sposalizio è il capolavoro conclusivo del suo periodo giovanile, è firmato e datato 1504 sul fregio del porticato del tempio rappresentato sullo sfondo. Gli è stato commissionato dalla famiglia Albizzini, per la cappella di San Giuseppe, nella Chiesa di San Francesco a Città di Castello, dove si trovava prima di giungere nella collezione della Pinacoteca.

In primo piano osserviamo una schiera di personaggi che assistono all’evento sacro annunciato dal titolo dell’opera, il matrimonio tra Maria e Giuseppe. Al centro la figura del sacerdote, che sostiene i polsi degli sposi mentre Giuseppe infila l’anello al dito di Maria. Come da iconografia tradizionale, dal lato di Maria, in questo caso la sinistra, si trova un gruppo di donne, da quello di Giuseppe di uomini, tra cui uno, presente in tutte le versioni del soggetto, che spezza con la gamba un bastone che, non avendo fiorito, ha determinato la selezione dei pretendenti. Maria infatti, secondo i vangeli apocrifi, era cresciuta nel Tempio di Gerusalemme e quando fu giunta in età da matrimonio venne dato a ognuno dei pretendenti un ramoscello secco, in attesa di un segno divino: l’unico che fiorì fu quello di Giuseppe. Un grande tempio circolare con cupola, contornato da un immenso cortile, è presentato sullo sfondo delimitando il paesaggio profondissimo e dando respiro al quadro. È il centro visivo da cui si genera uno spazio circolare, molto suggestivo. L’ effetto di rotazione è intensificato dal numero dei lati, ben 16, dal portico che circonda il cilindro centrale e dalle sinuose volute di raccordo; sorge su una gradinata e sembra essere allontanato prospetticamente dal digradare delle lastre bicrome del pavimento.

L’opera di Raffaello naturalmente, risente della maniera pittorica del maestro, e precisamente si riferisce a due opere del Perugino, l’affresco con La Consegna delle Chiavi, in Vaticano, e la pala raffigurante Lo sposalizio della Vergine, opera che, trafugata in epoca napoleonica, si trova oggi a Caen, in Francia. Si tratta tuttavia di un’influenza soltanto formale perché Raffaello conquista presto la sua autonomia stilistica. È proprio la cifra stilistica inconfondibile che rese la sua pittura agli occhi dei contemporanei (e non solo) paragonabile ad una manifestazione terrestre della divinità. Nessuno come lui è riuscito a coniugare in modo tanto equilibrato e armonioso la bellezza ideale, la dolcezza degli atteggiamenti e l’incredibile eleganza che contraddistingue le sue figure. Il modo migliore per comprendere queste considerazioni su Raffaello e porsi di fronte ad una sua opera e l’impressione che ne ricaverete è di una insuperabile delicatezza. Noi vi consigliamo di farlo e perché no cominciando proprio dal dipinto della Pinacoteca.

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