SEGANTINI: LA MOSTRA @ PALAZZO REALE

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A cura di Federico Lucchesi

“Mi hai costretto a vedere una mostra di vacche”, sostiene un’eco di voce proveniente dall’ultima sala. Ho in mano un pezzo da dieci, simbolo del modico vantaggio di essere ancora uno studente e poter usufruire di un prezzo ridotto. Inconsciamente lo trattengo più del dovuto, mi fermo per un attimo, titubante. Poi la voce si fa volto, il volto di un ragazzino già impegnato a giocherellare con il proprio smartphone, occhiali da sole inforcati prima ancora di mettere piede fuori da Palazzo Reale. Getto uno sguardo alla finestra: sta ancora piovendo.

“Un biglietto, prego”.

La mostra è suddivisa in otto stanze, in cui si delineano i vari momenti artistici di Giovanni Segantini. Vicende personali, lutti, difficoltà economiche e successi fanno da cornice ad un percorso artistico sempre in evoluzione, capace di passare dalle influenze naturaliste all’esperienza del divisionismo, fino a far emergere il pittore trentino come uno dei rappresentanti più personali del simbolismo di fine Ottocento.

Prima ancora dei dipinti, ad accogliermi sono i suoi autoritratti su carta ed un busto troneggiante al centro della sala. E’ la presenza fisica di Segantini, che finalmente riesce a tornare a Milano, nella città in cui, grazie agli studi all’Accademia delle Belle Arti di Brera, acquisì la propria celebrità, prima di trasferirsi in Brianza ed in Svizzera, dove trascorse gli ultimi anni di vita tra i paesaggi dell’Engadina.

Il Pittore della Montagna, così veniva chiamato da tutti. E dopo un paio di stanze non è difficile coglierne il motivo. Tra scorci di vallate e cime sfumate dal tramonto, si comincia a conoscere un Segantini abituato a passeggiare tra vette innevate, capace di vivere la solitudine come il dono di chi ha abbastanza tempo per osservare la natura e la vita, abituato a dipingere uomini e animali sempre sullo stesso piano, rigorosamente ritratti en plain air. Anche nei suoi quadri più sentimentali, in cui sono raffigurate donne spesso sole con la propria maternità, il pianto non è profondo, il freddo non sembra mai insuperabile. Domina un senso di quiete interiore, un sussurro che non si concentra mai sul degrado o sulla povertà, il silenzio incantato della primavera nelle Alpi.

“Sento nel cuore la mia calma abituale, e nel cervello come uno sbalordimento che è effetto del vento. Intorno tutto è triste, il cielo è grigio, sporco e basso, soffia un vento di levante che geme come lontana bestia che muore, la neve si stende pesante e malinconica come lenzuol che copre la morte, i corvi stanno tutti vicini alle case, tutto è fango e la neve sgela”.

Mentre ripenso a queste parole evocative, stampate sulla parete adiacente al Ritorno dal Bosco, realizzo che il commento del ragazzetto non era poi così insensato. Intorno a me, un esercito di mucche, dipinte ora al centro di un prato ora all’interno di un recinto, si staglia come un infinito pascolo senza padrone. Ed in ogni realizzazione c’è un elemento chiave, immancabile, che riesce a fare da ponte tra naturalismo e sublime: la luce.

Il merito di un risultato così eccellente va attribuito alla tecnica divisionista. Vera anticipatrice dell’era elettrica, implica l’uso di pennellate divise: macchie, tratteggi o puntini che, accostati sulla tela, saranno ricomposti in tonalità unificata sulla retina dello spettatore, producendo una maggiore luminosità. Le vibrazioni della luce, invisibili ma folgoranti, sono l’aspetto più sensazionale dell’intera opera di Segantini. Grazie ad esse, l’artista di Arco riesce a raggiungere un nuovo realismo panteistico di natura, paesaggi ed esseri viventi, che non trova riscontro nei suoi contemporanei.

È un vero estremamente ricercato, non più una tecnica da cogliere dell’attimo quanto una materia da pensare e ripensare, su cui proiettare emozioni e ideali. Da qui l’intimo legame tra divisionismo e simbolismo, l’unione delle correnti che rende così unica l’ultima fase del lavoro artistico: l’unione di visibile e onirico, la volontà di tradurre le sensazioni e l’immaginario. Uno dei tanti motivi per andare ad accogliere il Segantini, finalmente tornato a Milano.

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