On Stage: “SCANDALO”- Arthur Schnitzler @ Teatro Elfo Puccini

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Arthur Schnitzler è sempre stato un acre testimone sociale, ben lungi dal rendere meno pungente il linguaggio dei propri testi in nome di una serenità morale percepita come necessaria. Al contrario, si è sempre prodigato nel non risparmiare al lettore e allo spettatore un certo senso di angoscia, sentimento chiave, a suo parere, per suscitare quel cambiamento reazionario di cui ha bisogno un uomo sepolto dalle vigliacche comodità a cui lo assoggettano i poteri forti.

Nella cornice della Sala Shakespeare di un teatro Elfo Puccini gremito, Scandalo ci porta nella Vienna di fine Ottocento, tra le mura di una villa dell’alta borghesia dove le donne di casa Losatti aspettano con fervore il ritorno del giovane Hugo, del quale elogiano le virtù con fare ciarliero. La placida serenità di un ambiente abituato a esser privo di turbamenti, tuttavia, viene interrotta dal tumulto con cui una carrozza stride sul selciato fermandosi dinanzi al cancello principale.

Caduto malamente da cavallo e privo di ferite esterne, Hugo è in fin di vita e il medico che l’accompagna non osa esprimersi sulle sue condizioni. Il giovane, conscio d’essere sul punto di morte, riserba un’ultima, importantissima richiesta da far esaudire: all’insaputa di tutti, egli rivela d’avere un figlio e un’amante – Toni, donna bisognosa ma incredibilmente buona – desidera che vengano portati al suo capezzale e che, una volta espirato, vengano accolti entrambi in quella casa, come membri della famiglia.

Il titolo originale dell’opera di Schnitzler, Das Vermächtnis, come tipico dei vocaboli tedeschi, presenta un multiplo significato: lascito (eredità), dono e testamento. Ed è esattamente ciò che Hugo lascia ai propri cari: il lascito, l’eredità di un bambino sangue del suo sangue; il dono, nelle sue intenzioni, delle persone che più l’hanno amato, a cui ricambiare il sentimento; e il testamento di un’unica richiesta, che non poteva esser più esplicita e diretta: prendetevi cura di loro.

Ma è proprio questo che i ceti abbienti dell’Epoca non possono permettersi di fare: accettare qualcuno di così diverso, di inferiore, qualcuno che possa minare l’immagine sociale di cui vanno così fieri. Mantenere apparenza e orgoglio, respingere ogni invasione in grado di rompere l’abitudine del proprio piccolo mondo, per paura di perdere la sicurezza e i privilegi di uno stato di apatica felicità dovuto a un monotono benessere, sembra essere l’unica cosa che conta. D’altra parte, però, potrebbero mai non rispettare l’ultimo volere del proprio primogenito?

A partire da questa causa scatenante, in modo non forzato, grazie a una messinscena ben riuscita, leggera e frizzante, il regista Franco Però, alla guida di un cast ineccepibile capitanato da un’eccezionale Lara Komar, trascina il pubblico in una commedia amara in cui i protagonisti proseguono imperterriti a giustificare le proprie azioni, nel nome di una morale borghese costruita artificiosamente per affogare i sensi di colpa della coscienza. Quest’ultimi, neanche troppo latenti, finiranno col condurre tutti, vittime e carnefici, a un irreversibile stato di isolamento, solitudine e frustrazione.

Scandalo dispiega un meccanismo inesorabile, dimostrando come la potenza delle convenzioni, quando radicate a fondo in un tessuto sociale, riesca a far soccombere anche chi tenta di interrogarsi e metterne in discussione la liceità. Schnitzler stigmatizza l’ipocrisia dei ceti elevati, e di una società intera, svelando le dinamiche di esclusione e accettazione sottostanti il rito dell’unione matrimoniale, in un’analisi che può tranquillamente essere applicata a una tematica più attuale: le conseguenze psicologiche instaurate dalla crisi economica nella percezione della globalizzazione moderna.

Non è infatti difficile rivedere l’ostile titubanza della famiglia Losotti nel profilo di società sempre più atterrite dalla propria incapacità di difendersi, ossessionate dalla tenuta delle frontiere e dalla sicurezza dei singoli individui, vulnerabili di fronte a forze impossibili da controllare o da comprendere. Toni diventa in quest’ottica l’innocente proiezione di un demone della paura che genera esclusi ed emarginati senza curarsi delle conseguenze.

Regia: Franco Però

Scenografia: Antonio Fiorentino
Costumi: Andrea Viotti

Musiche: Antonio Di Pofi

Cast: Stefania Rocca, Franco Castellano, Astrid Meloni e la Compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia: Filippo Borghi, Adriano Braidotti, Federica De Benedittis, Ester Galazzi, Andrea Germani, Lara Komar, Riccardo Maranzana e Alessio Bernardi, Leon Kelmendi

Luci: Pasquale Mari

In scena dal 7 al 19 febbraio

Orari: mar-sab 20:30 / dom 16:00

A cura di Federico Lucchesi

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