Saw: la linea sottile tra vivere e morire

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La saga che ha rivoluzionato il panorama cinematografico: cosa si nasconde veramente dietro la lucida follia di Jonathan Kramer, in arte Jigsaw

Che differenza sussiste, sul piano antropologico, tra gli antichi abitanti delle caverne, quelli che armati di mazza si avventuravano alla ricerca di qualche animale da cacciare, e l’uomo di oggi, che si pone tanti scrupoli riguardo l’uscire di casa con o senza ombrello? La risposta dovrebbe essere una: facilitazioni. Tutto oggi si è terribilmente semplificato, dal cinghiale che troviamo direttamente nel congelatore al fulmine che ormai non ci stupisce, catturato ed immobilizzato da semplici pennoni sui palazzi più alti. E la vita, quell’ultimo prezioso bene che possediamo, è divenuta solamente uno strumento che ci permetta di fare altro: non più mangiare per vivere, ma vivere per mangiare.

Puntuale come un orologio svizzero, la saga di Saw ha allietato le serate di Halloween dal 2004 al 2010, dividendo la platea per la sua distruttiva portata emotiva. Partorita da James Wan e Leigh Whannell, la storia ruota attorno all’ingegnere civico John Kramer, interpretato da Tobin Bell: con una vita tranquilla, una moglie in attesa di un figlio e un QI straordinario, cosa mai potrebbe distruggere un meraviglioso quadretto? È da qui che ci si addentra nei toni cupi della saga. La moglie perde il figlio in uno scontro con un tossicodipendente, la separazione, ed un male incurabile che devasta il corpo di John. Dopo un fallito suicidio, scatta la molla; Jigsaw, così si lascerà chiamare dai media e dalla stampa, come il celebre gioco ad incastro, inizia la sua crociata: obiettivo sarà spingere tutte quelle persone che hanno gettato via la loro vita, a tornare a considerarla come il bene più prezioso.

Tutto quel sangue, quelle macchine infernali partorite dalla mente geniale di John Kramer, sono solamente il contorno a quello che vuole essere trasmesso dagli autori. Esagerando, certo, e probabilmente veicolando il messaggio originario tradendo la profondità del tema. Jigsaw, e tutto l’impianto che è riuscito a costruirsi attorno, un cast di adepti che seguiranno ciecamente lui ed il suo enigmatico bambolotto Billy, è mosso in realtà da un intento moralizzatore: vuole ergersi a salvatore, mettendo le proprie vittime di fronte al celebre interrogativo: ‹Vivere o morire. Fa’ la tua scelta.› Non uccide, ha troppo rispetto della vita per potersi permettere di strapparla a qualcuno: quella stessa vita che a lui, invece, ha strappato tutto. È un manipolatore, capace di architettare un intero mondo su misura per le sue vittime, un mondo in cui le sue vittime sono mandate ‹come pecore in mezzo ai lupi›.

Il termine sanscrito karman, che potrebbe essere tradotto con “creare qualcosa agendo”, potrebbe ben rappresentare la filosofia sita dietro le azioni di Saw: prendere tutte quelle persone che, inconsce del valore della vita, hanno perso lo slancio vitale, e riabilitarle, farle tornare a vivere veramente. Saranno loro gli artefici del proprio destino, saranno loro a dover trovare, dentro sé stessi, quell’insensato spirito di sopravvivenza. Oppure, cadranno miseramente, ponendo fine ad una vita insulsa. Ed è proprio in questa delirante prospettiva si realizza la più vivida rappresentazione di quell’afflato vitale. In una trappola studiata appositamente da John per essere passata con l’ausilio di tutte le sei vittime, essa verrà interpretata invece come una lotta all’ultimo sangue: perché la vita sia anche cooperazione.

Il 27 ottobre prossimo tenetevi liberi, mi raccomando: Saw vorrà fare un gioco con voi.

a cura di Andrea Tenconi

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