#SANREMOVOX: IL PAGELLONE DELLA PRIMA SERATA

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A cura di Jgor Ognibeni

Inevitabile, caustico, spregiudicato: il pagellone di Vox per Sanremo 2015.

Carlo “Obama” Conti: Voto 7
Una sicurezza alla conduzione. Ha però il dono di rendere qualsiasi programma un varietà domenicale, con tutto quello che ne consegue a livelli di brio e ritmo.
In difficoltà tante volte a causa di scelte discutibilissime di regia, produzione e vallette idiote, riesce a portare a casa il risultato. Gli hanno tolto il lettino UV prima del festival, si vede, infatti è un po’ giù di morale.

Emma Marrone: Voto 4
Afferma di sentirsi una principessa, offendendo di fatto tutte le vere aristocratiche. Non sa leggere dal gobbo e le offrono dei pratici bigliettini formato lenzuolo, sbagliando a leggere pure da questi. Offendnendo così le presentatrici. Inverte i nomi delle persone, creando più o meno involontariamente tragicomici siparietti. Non si salva nemmeno il vestito, uscito da un racconto funebre di Mary Shelley. Fuoriluogo.

Arisa: Voto 6 +
La vincitrice di Sanremo 2014 arriva sul palco rischiando di spezzarsi l’osso del collo, ma appare comunque radiosa e spumeggiante, probabilmente grazie a qualche “aiutino” dietro le quinte. Dopo mezz’ora infatti la botta le passa e torna semi-lucida.
Vestita meglio della Marrone, a livello di conduzione sta sul palco come si sta al battesimo del cugino del fratello dell’amico. Trasuda un “lo faccio per i soldi e tutto ciò è molto imbarazzante, perciò non mi faccio problemi a dirvelo”. Nota positiva: interviene con punte di sagacia apprezzabili qua e là, risollevando il ritmo (da obitorio) del festival.

Rocio Muniz Morales: Voto 6
Chi è ? Cosa fa a Sanremo? Domande alle quali non riusciamo a rispondere. Ci si trova infatti di fronte un manichino (bellissimo) semisconosciuto, adattissimo ad indossare vestiti degnissimi, che recita proverbi in spagnolo tentando una linea comica impossibile. Sulla bellezza non si discute, sulla volontà di non sfigurare nemmeno, però appare essenzialmente per lanciare canzoni a casaccio e poi scomparire. Impalpabile.
I CANTANTI:

Chiara Galiazzo: Voto 7 e mezzo
Sgargiante in abito giallo canarino, la Galiazzo conferma di avere una voce davvero splendida ed espressiva, intrerpretando una delle canzoni che più ci sono piaciute a questo festival.
Fa da rompighiaccio e affronta per prima il pubblico dell’Ariston (un pubblico notoriamente difficile) e la sua performance ne risente fino al primo ritornello. Poi qualcosa si sblocca e l’ex concorrente di X-factor riesce a risalire la china, risultando più che all’altezza.

Gianluca Grignani: Voto 5
Abbiamo parlato di obitorio e Mary Shelley, non casualmente. Questo Festival è un vano tentativo di rianimare carriere musicali sotterrate oramai da tempo. Quella di Grignani fa parte di queste. L’interpretazione, la canzone, la presenza, tutto stona e risulta inadeguato. Grignani è un uomo depresso, praticamente l’ombra di sé stesso. Le canzoni di amore non gli appartengono, non è capace di esprimersi così.
Fatelo riposare in pace e toglieteli il microfono. Lo vogliamo ricordare sesso, droga e rock n’roll. Deprimente.

Alex Britti: Voto 6
Un giovane vecchio o un vecchio giovane? Alex Britti non riusciamo proprio a decodificarlo. Propone una canzone tipicamente “brittiana”, leggera leggera, con accompagnamento di chitarra elettrica, per altro apprezzabilissimo, che dimostra il talento alla sei corde del cantante Romano. Il punto è che, sotto il sole, non splende nulla e la performance non è delle migliori, azzoppata da molteplici stonature. Sicuramente meglio come chitarrista che come cantante, Britti non lascia alcun segno indelebile. Peccato.

Malika Ayane: Voto 8
Seconda canzone decente in gara. Malika sa cantare(non è affatta scontata la cosa), sa atteggiarsi, è fotogenicissima anche con l’apparecchio. Pare aver avuto qualche problema con le cuffie durante la performance, ma non si scompone e offre un ottimo brano all’Ariston. La canzone ha un ritornello particolare e, pur risultando abbastanza tradizionale come struttura, riesce a tirare fuori qualcosa di nuovo dal cilindro. Approvata.

Nek: Voto 6
La notte dei morti viventi non finisce mai. Il defibrillatore di Conti colpisce anche il poppettaro Nek, che esce direttamente dalla sua tomba-discoteca milanese di fine anni 90′. E la sua canzone riflette le modalità di sepultura in toto. Con un “4 on the floor” da far tremare i muri, Nek rimbomba nell’Ariston con una canzone che sembra addirittura risvegliare l’intorpidito pubblico sanremese. Il punto è che il brano è una canzone dance di primi anni 2000, non musica leggera. Espressività sotto le scarpe e l’orchestra che sta a guardare, mentre le basi elettroniche pompano nelle casse. Se questa è modernità e innovazione, preferiamo Albano e Romina. Spreco.

Dear Jack: Voto 5
Maria de Filippi. Basterebbe questo appunto, ma vogliamo approfondire oltre.
Chi sono questi Dear Jack? Degli sbarbati con canzone assolutamente paraculo ritagliata ad hoc per Sanremo che non li rappresenta, suonata però con le pile duracell, questo bisogna riconoscerlo. Musicalmente parlando, anche qui come per Nek, ci si chiede: ma che c’entrano? Lo stile è un pop-rock americaneggiante. Nulla a che vedere con il Festival.
La risposta è quindi tanto ovvia quanto scontata, e ci riporta al principio, come il serpente che mangia la propria coda: Maria De Filippi. Amici.

Platinette e Grazia Di Michele: Voto 6 e mezzo
Non avremmo puntato nemmeno na scorza di formaggio sui due. Ebben bisogna dire che ci siamo ricreduti. Sebbene la canzone, a livello musicale, non brilli per le voci dei due artisti, il testo è profondo e degno di nota. La performance di Platinette trasuda passione e spontaneità(oltre che sudore) da ogni poro e quindi va giustamente riconosciuto a Cesare ciò che è di Cesare. Applauso meritato.

Annalisa: Voto 7
Altro volto proveniente dai talent. Giovane, carina, bella voce. Il problema è che la finestra sul cielo di cui parla proprio non la si vede. La performance è impostatissima e, a tratti, troppo artificiosa. Ha studiato molto, ma pur risultando tecnicamente ineccepibile, la cantante manca della spontaneità e scioltezza dei professionisti che la precedono.
L’ansia da prestazione ha fatto la propria parte, ma con uno che sta sul palco dell’Ariston ci si apsetta che questo problema sia risolto ben prima di arrivare in riviera. Quello che dispiace di più è l’assoluto conformismo della canzone, la quale non ha nulla di innovativo nè sotto il profilo melodico, né sotto quello del testo. Speriamo in una maturazione rapida.

Lara Fabian: Voto 4
Ad un certo punto della serata l’Ariston si è ritrovato davanti la sosia di Celine Dion.
Famosa per la colonna sonora del film Titanic, la Dion è stato un tormentone per anni con la sua “My Heart Will Go On”. L’aspettativa era quindi enorme.
Peccato che quello che si è presentato a Sanremo non fosse altro altro che un sosia, e pure di serie B. La Fabian è una statua di cera uscita dal museo, con una voce formidabile ma addomesticata e con una canzone spero destinata all’oblio immediato. Scialba, priva di contenuti, insensibile. Reimbarcatela sul Titanic ovvero sulla Costa Concordia.

Nesli: Voto 7
Finalmente uno del giro del rap italiano che capisce che la carretta, se non si spinge, si ferma. Nesli a Sanremo tenta un’impresa coraggiosa, cercando di trovare un mix tra rima e bel canto.
Bisogna dire che per uno che viene su a pane e strofe, l’Ariston fa paura.
Perchè è il contrario del Rap: è un mondo impostato, formale, tradizionalista. Un agglomerato terribile di provincialismo misto repressione.
Però Nesli ne esce indenne. Il suo brano non sarà da antologia musicale, ma porta a casa un risultato sufficiente, grazie anche ad una performance senza sbavature e tutto sommato apprezzabile. Buona fortuna paga.

Albano e Romina: SENZA VOTO
Trash a livelli infiniti. Gli anni 80′ che rimbalzano sui teleschermi e ritornano (ahinoi) nei ricordi musicali di un intero popolo. Immaginavamo le casalinghe di Voghera che, non senza una lacrimuccia, a sentire “Felicità” rimembravano le roventi balere estive a ferragosto e stringevano i manici delle scope.
Tornando a noi: a Sanremo, ieri, si è consumato un reato. Si sono ripresentati gli anni 80′, sotto forma di una mummia e una balenottera bianca. Dopo 24 anni d’assenza, che ci avevano fatto sperare nella prescrizione, nell’eterno riposo, nella disgregazione della carne e nell’affondamento del Pequod. Tutto invano. Sono sufficienti i soldi dei russi e la ipocrisia di una fittizia riunione sentimentale.

Il Festival di Sanremo è, in fondo, la manifestazione del volto di una nazione.

Denigrarlo sarebbe terribile, ma riesumare le salme, si sa, è proprio un reato.

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