L’uomo della fin de siècle: Sandor Marai e l’apologia della borghesia

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Esiste un tipo d’uomo, una figura antropologica che dir si voglia, a cui tutti noi guardiamo con venerazione, astio e pudore: è l’uomo della fin de siècle. Noi fragili creature del XXI secolo lo veneriamo, come dovevano venerare nel VI secolo a.C. ad Atene i grandi eroi dei tempi arcaici: Achille ed Ettore. Perché è necessario oggi uno sguardo all’uomo del secolo passato?

Ci sono pochi uomini che nacquero sotto lo splendore dell’impero austroungarico e morirono dopo aver visto i primi passi dell’uomo sulla Luna e raggi di colore uscire da un tubo catodico. Tra questi  troviamo sicuramente lo scrittore sloveno Sándor Márai. Uomo europeo, più precisamente mitteleuropeo nel significato originario del termine, ossia culturalmente europeo.

I suoi romanzi sono un tramonto senza fine e le vite descritte brillano sempre alla luce del crepuscolo. Il clima borghese è vissuto e messo in primo piano (come ci svela  la sua precoce autobiografia Confessioni di un borghese, edito da Adelphi). Il fatto più interessante e caratteristico dei suoi libri è che il sentimento (tipico) della borghesia qui non è la solitudine, ma la malinconia: il vacuo passeggiare e i costosi ornamenti per le case non sono il fatale segno di un consumismo che inizia con piccoli passi il suo lungo viaggio lungo il XX secolo, ma il segno di uno sguardo malinconico di chi osserva quel crepuscolo farsi notte.

Ma la malinconia è solo di chi conosce il tragico. Quale bestemmia. Il borghese non può conoscere il tragico, lo annulla e lo allontana con i suoi vacui desideri e il suo interesse personale dettato dal capitalismo! La solitudine è il prezzo che paga per la sua fame di successo. Ne La donna giusta, il marito borghese dice: «Sono rimasto qui a custodire qualcosa..Un bel giorno mi sono stancato, e adesso non custodisco più niente. Che cosa custodivo? Una fabbrica? Un modo di vivere? Non saprei.» Che cosa custodiva la borghesia? Le fabbriche? Il motto martellante delle proteste del ’68 risuona ora nelle vostre orecchie. Un modo di vivere? Una cultura? Silenzio.

Se potessimo tramutare in acqua tutto l’inchiostro versato sulla critica della cultura borghese, salveremmo il mondo intero dalla siccità per decenni. La cultura di sinistra degli anni ’70 e i cambiamenti epocali ai quali il mondo ha assistito nei decenni successivi, hanno portato avanti una damnatio memoriae della tradizione borghese, salvo poi erigere musei per salvaguardarla, un po’ come si fa con i leoni salvati dal circo; proprio come questi felini la tradizione europea non fa più paura a nessuno e gira in tondo, poiché oggi è stata addomesticata a far questo.

Non è un caso che Márai sia figlio della mitteleuropa. Dopo la seconda guerra mondiale la cultura di quella zona è stata totalmente messa a tacere, la sola tradizione graziata è la scuola analitica anglosassone, tollerate le correnti di sinistra francese e italiana. Si parla molto nei salotti culturali di critica al liberalismo di sinistra e di destra, eppure se c’è una speranza contro il liberalismo (se qualcuno ha desiderio di andarci contro) e per l’Europa, questa è la cultura borghese della mitteleuropa, l’ultima che ha saputo custodire il tragico.

A cura di Chiara Provale

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