Un connubio che Alberto Oliva e Mino Manni hanno operato tra i testi di Oscar Wilde e Giovanni Testori. Un felice matrimonio tra due grandi menti della letteratura drammatica che il teatro Litta di Milano ospita sui suoi palcoscenici dal 18 al 28 gennaio.

Cos’è

Salomè è un mostro incantevole e spaventosamente comprensibile. «Ognuno di noi è come una luna: ha una parte oscura che non dobbiamo guardare»: il guardiano della prigione tenta invano di allontanare Salomè dalla visione del profeta. Ma la principessa è attratta dalla grata luminosa come una falena, e sembra non temere di scoprire il suo lato oscuro. Noi la accompagniamo in questa discesa metaforica, anche noi, alla luce di quella luna di cartapesta che sovrasta la scena, un gradino dopo l’altro (come quelli della scenografia) scendiamo nelle segrete in cui è chiuso Iokanaan, nella prigione interiore in cui ciascuno cela a se stesso un mostro. Perché? Per vederlo, per conoscerlo, perché forse dirà la verità. E probabilmente ne rimarremo affascinati come Erode: «Egli ha visto dentro me». Oppure lo ameremo disperatamente, sconvolti e totalmente devoti, come Salomè. Forse invece non accetteremo questa verità e la separeremo da noi per sputarci sopra, come la regina.

Com’è

Salomè è uno spettacolo in sospensione. I personaggi appaiono da un portale semicircolare, come materializzandosi dal nulla, stimolando, insieme ai costumi, l’immaginazione degli appassionati di fantascienza e di chiunque abbia visto almeno Star wars. Si muovono su questa gradinata galleggiante di pietre indefinibili, costruita su un’impalcatura rialzata, come un secondo palco su quello già esistente: non toccano il suolo terrestre, appartengono ad un altro pianeta, più alto, ancestrale e nello stesso tempo futuristico. Questo portale ci conduce per un’ora e mezza in uno spazio senza coordinate e in un tempo senza scansione, eppure anche loro parlano la nostra lingua. Da questo mondo parallelo provengono rumori più che suoni, come il gocciolio continuo delle segrete che imprigionano quel desiderato corpo di Iokanaan, ma non la voce. La sua sonorità grave e implacabile rimbomba dal basso – sul piano del palco “terrestre” – e si spande senza pietà in ogni direzione; le sue parole invece non sembrano appartenere a questo mondo: è Testori che evoca, nel suo testo, l’Apocalisse con immagini allucinate, in un’esplosione di evocazioni simboliche. Il codice linguistico è invertito, e queste lingue comunicano da una dimensione all’altra, fino alla platea, che le assorbe entrambe nel loro intrecciarsi.

Perché vederlo

«Il mistero dell’amore è più grande del mistero della morte». Salomè, se ci si pensa, potrebbe dire di conoscere l’amore. Nessuno di noi obietterebbe. Invece lei, proprio lei che è stata così sconvolta dalla passione, si rende conto di essere stata presa da qualcosa di grande, di così immenso che con lealtà ammette di non comprendere ancora. L’amore è il mistero più grande. Forse Salomè si chiede, alla fine, stringendo quella cara testa ormai fredda, se l’amore è davvero questo sangue colante, o se forse non si è persa qualcosa. Al termine la regina svela la finzione: quella che, da bravo pubblico, abbiamo creduto essere la testa di Iokanaan è una maschera di cartapesta. Tutto era falso, no? Lo sapevamo. Eppure qualcosa è successo davvero, qualche domanda sul nostro amore ce la siamo fatta ed è rimasta nella vera realtà, dove le teste che stringiamo non sono di cartone. Uscendo, risentiamo nelle orecchie il ritornello di Erode ogni volta che la terribile richiesta di Salomè viene rinnovata: «No, non è questo che vuoi». E noi che cosa vogliamo?

Note a margine

La danza che Salomè fa davanti al Tetararca è qualcosa di ipnotico… non sembrano movimenti umani, e uno non se li aspetterebbe da quel corpicino che per tutto lo spettacolo si è mosso appena, stretto dalle catene del costume di scena.

produzione Teatro degli Incamminati/I Demoni
regia di Alberto Oliva
scene Alessandro Chiti
costumi Lella Diaz – realizzati da Atelier Brancato
luci Luca Lombardi
sound design Gabriele Cosmi
assistente alla regia Valentina Sichetti
con Mino Manni, Francesco Meola,  Giovanna Rossi, Valentina Violo
voce fuori campo Franco Branciaroli

A cura di Miriam Gaudio

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