“Mettere in scena uno dei pilastri della nostra cultura significa […] condividere con il pubblico un immaginario comune, ricreando quasi un rito collettivo dove torna la memoria degli anni di scuola”

Mettere in scena non solo un’opera che è patrimonio condiviso di una nazione ma, di questa, tutte (e sole) le parti più universalmente note (con un conseguente maggior indugio nella parte iniziale, che scema via via in un’accelerazione sullo sviluppo degli eventi che portano ad uno scioglimento dell’intreccio sul finale), è una sfida che va forse affrontata con una determinazione pari solo all’incoscienza: I promessi sposi è un progetto ambizioso, che fatica a convincere del tutto. 

Tante tessere diverse a comporre un mosaico “realizzato con una nuova prospettiva, a dimostrazione che è classico ciò che è inesauribile, non cristallizzabile, mai completamente rischiarabile”: a testimoniare il fatto che “nel corso della Storia, sotto forme diverse, molto probabilmente noi raccontiamo la stessa storia: di esseri umani che provano a convivere con le loro inquietudini e le loro aspirazioni, ciascuno in relazione anche alla propria spiritualità”.

Le scene si susseguono come fotogrammi indipendenti l’uno dall’altro, legati solo dal fil rouge della scenografia che sapientemente muta, adattandosi al variare degli eventi rappresentati. 

Così come la scelta di questi ultimi, anche i personaggi seguono la stilizzazione resa canonica da decenni di fama: essi “rompono la semplicistica suddivisione in buoni e cattivi diventando più umani […], sono scolpiti a tutto tondo, rispecchiano un’umanità talmente pregnante di vita da generare degli stereotipi” (dalle note di regia). E se Don Abbondio e Perpetua sembrano dare forma all’immaginario di ciascuno di noi, così come cristallizzatosi ai tempi della scuola, lo stesso non si può dire di Don Rodrigo, se nella composizione scenica che ne ritrae la morte è lecito leggere un richiamo alla deposizione di Cristo, nè della poco incisiva Monaca di Monza o degli esagitati Fra’ Cristoforo e Innominato, che appaiono lontani dai tratti scolpiti sulla carta dal Manzoni.

Ma per il regista Michele Sinisi “l’opera manzoniana è occasione per rintracciare le costanti di una Storia che è relazione tra umani, aggiungendo alla visione che Manzoni aveva del proprio tempo la consapevolezza di noi contemporanei, raggiunta attraverso il tempo”: ed ecco allora che i bravi assumono i tratti di improbabili mafiosi, le rivolte del popolo divengono le manifestazioni che ingorgano le nostre strade, l’Addio monti si tramuta nelle preghiere dei migranti, che gli restituiscono attualità assieme a tutto il suo disperato carattere necessitante.

Non vengono risparmiate nemmeno incursioni metateatrali, dal distopico dialogo sul significato del cattolicesimo tra Don Abbondio e i bravi, alla vera e propria interrogazione scolastica sulle cause e gli effetti della peste (con relativa comparsata di una pulce gigante, che strizza l’occhio al Racconto dei racconti di Garrone tanto quanto alle opere in formaldeide di Damien Hirst).

Aggiunte e reinterpretazioni che tuttavia non risultano sempre vincenti, ma caricaturali e a tratti paradossali, al pari delle digressioni dalla trama principale: sicuramente accurate, ma la cui lunghezza priva di spazio altri elementi della trama che avrebbero meritato una maggior valorizzazione.

Una vera e propria opera corale dunque, che ammiccando agli stereotipi riesce nell’impresa di colorare questo stesso concetto con una patina di positività, e che si diverte a giocare con il tempo, saltando continuamente avanti, a ballare sulle note della Gasolina, per indietreggiare poi subito dopo, a toccare con mano la disperazione della Monaca di Monza.

Ciò che non riesce a convincere totalmente, tuttavia, è la scelta di rivisitare quest’opera in chiave moderna mantenendone però il linguaggio ottocentesco. Se da un lato infatti può apparire impensabile l’idea di mettere in scena I promessi sposi senza le parole del Manzoni, dall’altro non si può rimanere immuni dall’impressione che, a tratti, lo spettacolo scada nella più tipica operazione volta semplicemente a rivestire uno stesso “prodotto” antico di un incartamento più attuale, senza proporne una reale rilettura: rischio, questo, insito forse nella volontà di approfondire per intero un’opera ad elevata densità di fatti e contenuti. 

A cura di Claudia Tanzi e Raffaella Mottana

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