Fino all’11 febbraio, al Teatro Franco Parenti Luca Micheletti e Federica Fracassi riportano in vita i fantasmi di Rosmer e Rebekka e la loro storia di orrore e amore. 

Cos’è:  

«Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi» scriveva David Foster Wallace ne Il re pallido. Si può dire che lo spettacolo diretto e interpretato da Luca Micheletti con Federica Fracassi rientri a buon diritto in questa definizione. La storia è quella del pastore Rosmer, ultimo erede di una grande famiglia norvegese, e di Rebekka, sua amante, o meglio, è la storia dei fantasmi. Nel riadattamento di Massimo Castri, tutto ciò che faceva da sfondo al dramma ibseniano è lasciato in secondo piano, lasciando emergere la relazione tra i due, il loro rapporto e il processo dialettico che li porterà, via via, ad acquisire coscienza di ciò che gli è successo. Il gioco della confessione, per l’appunto. Il rapporto quasi incestuoso tra i due si delinea di minuto in minuto, in una sfida che non ammette indietreggiamenti, in cui le due coscienze si snudano, si confrontano, si scambiano, fino ad abbracciare il recondito desiderio di unirsi, per sempre, nella gola del mulino. Ad incombere, gli spettri del passato, la defunta moglie di Romser, Beata, le opinioni dei benpensanti e le lugubri atmosfere del Nord. Micheletti porta in scena una seduta psicanalitica, una partita a scacchi tra due anime inquiete e tormentate che non conoscono riposo, destinate per sempre a rivivere, per contrappasso, la loro storia.

 

Com’è:

Chi lo conosce, sa che la firma di Micheletti ad una regia è quasi sempre una certezza. Con questo lavoro, il regista de I guitti si conferma ancora una volta un pozzo di risorse teatrali. Dice tutto l’atmosfera in cui lo spettatore si trova catapultato: una buia camera mortuaria, ricoperta di terriccio e fiori decomposti, lampade a olio e candele, con tre lampadari di cristallo che pendono minacciosamente sui due grandi tavoli di legno, su cui riposano Rosmer e Rebekka. Ingrid Bergman incontra Rosemary’s Baby, in un allestimento dal sapore volutamente gotico eppure di estrema concretezza. Non mancano gli effetti speciali da casa stregata, come cali di tensione, voci inquietanti alla radio e presenze sinistre. Certo, se si trattasse di un film horror, li si potrebbero trovare dei cliché piuttosto retrò, ma sulla scena l’effetto è a dir poco impressionante. È come se il teatro rivitalizzasse un immaginario visivo stanco e abusato, rendendo la storia di Rosmer e Rebekka ancora più perturbante. Non a caso, “perturbante” (Das Unheimliche in tedesco), era termine molto caro al dottor Freud, come gli era caro il dramma di Ibsen. L’horror psicologico creato Micheletti, insieme al talento dei due attori, sostiene bene un testo che, per diversi aspetti, risulta piuttosto difficile da seguire, specie per chi è digiuno di storia del teatro norvegese.

 

Perché vederlo:

Con Rosmersholm, Micheletti e Fracassi segnano un nuovo punto di arrivo nella loro ricerca artistica, o meglio, un nuovo punto di partenza. Chi si fosse appassionato vedendo Mephisto, o più recentemente, Le variazioni Goldberg, potrebbe rimanere stupito da quest’ultimo lavoro. La ricerca sul fallimento d’artista e il teatro-mondo con Rosmersholm sembra cambiare rotta, o meglio, ricalcolare il percorso, scrutando il mondo borghese sotto una lente deformante, oscura, lasciando quasi in secondo piano il divertissement teatrale che aveva accompagnato i lavori precedenti, in favore di un’indagine minuziosa, scrupolosa, sul cuore oscuro dell’opera di Ibsen. L’inquietudine che si respira durante Rosmersholm non è solamente quella dei due spettri. È un’inquietudine artistica, che mette al centro del gioco teatrale un discorso più ampio e complesso sulla possibilità di conoscersi realmente e di accettare anche il fondo più buio dei propri desideri. La ricorsività del testo, il suo deformarsi, spesso rendendo difficile allo spettatore comprendere la storia (la buona, vecchia, trama) è segno di una ricerca che, sebbene ancora ai suoi inizi, segna un notevole cambio di registro nel lavoro dell’attore e regista bresciano. Il che non può essere che di buon auspicio per il Peer Gynt, che arriverà sul palco del Teatro Franco Parenti questo aprile. Vedremo cosa emergerà dalle profonde tenebre del Nord.

 

a cura di Nicolò Valandro

 

Rosmersholm

monodramma a due voci

di Henrik Ibsen

riduzione Massimo Castri

da un’idea di e con Federica Fracassi e Luca Micheletti

regia Luca Micheletti

musiche Henry Cow, Jeff Greinke, Emmerich Kálmán

luci Fabrizio Ballini

suono Nicola Ragni

 

 

 

 

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