On stage: Rivelazione, 7 meditazioni attorno a Giorgione

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Non è possibile ad oggi tracciare con facilità e chiarezza le tappe della vita di Giorgio da Castelfranco, il pittore veneto più comunemente conosciuto come Giorgione.

Quasi nulla si sa di lui e pochissime sono le opere giunte fino ai nostri tempi.

È proprio questo alone di mistero attorno alla sua figura che diventa il fil rouge di Rivelazione: 7 meditazioni attorno a Giorgione, spettacolo messo in scena dalla compagnia Anagoor – con l’ausilio di Laura Curino – presso il Teatro I di Milano nei giorni 3-4-5 febbraio 2017.

Un solo “attore-lettore” in scena che per 70 minuti tiene la parola in movimento – senza mai muovere un passo fisicamente – , inserendo di tanto in tanto letture riguardanti l’artista o elementi a lui vicini.

Le meditazioni si snodano nello spazio della platea e portano lo spettatore tra i canali veneziani del Cinquecento e le tele dipinte, in un climax crescente di suoni evanescenti ma sordi e battenti, colonna sonora di tutto lo spettacolo.

Silenzio, natura umana, desiderio, giustizia, battaglia, diluvio e tempo: questi i sette temi che ci avvicinano a Giorgione e che portano a “conoscerne” l’ambiente frequentato, i committenti, i possibili messaggi subliminali che stanno dietro ai suoi dipinti.

Due schermi sul fondo, poi, si accendono inondando il teatro con la brillantezza dei suoi colori, ogni tela è legata ad una Meditazione: la Pala, i Ritratti, la Venere Dormiente, la Giuditta, i Tre Filosofi, la Tempesta, il Fregio.

Se la meditazione del Silenzio inizia con gli immaginari pensieri del Giorgione in una Venezia nebbiosa e cupa, il Desiderio si snoda invece tra le grazie della Vergine Dormiente, probabile dono di nozze con il fine di rendere calde e dolci le notti degli sposi. Arrivano poi il Diluvio e il Tempo, dove il discorso prende una piega universale e parla dell’uomo di per sé stesso, l’uomo di ieri, oggi e domani, l’essere umano con i suoi caratteri tipici, quelli che si mantengono fuori dal tempo e dallo spazio. I  due pannelli si illuminano ancor di più e le immagini dell’attentato dell’11 settembre 2001 si susseguono, tra crolli, disperazione e distruzione; la musica sale ancora, il tono si alza e si fa più grave. Ci si dimentica per un momento di Giorgione e della sua arte.

Perché secondo voi?

Il Tempo, poi, si concentra sul Fregio e sui messaggi che compaiono su di esso: una serie di moniti per l’uomo che vanno dal passato al presente e futuro.

L’ultimo piccolo Fregio è bianco: il Giorgione, nel dipingere la storia dell’uomo e i suoi simboli, gli “lascia” la libertà di scrivere il proprio futuro, qualunque esso sia.

Che ci sia un’impronta accademica dietro a questo spettacolo è inutile negarlo, eppure non c’è un professore sul palco, non c’è l’intento di insegnare qualcosa sul Giorgione. L’artista viene illustrato, viene scavato con i mezzi a noi disponibili. C’è un lavoro di ricerca, c’è un progetto filologico dietro a Rivelazione. La bravura e la riuscita dello spettacolo sta proprio nella capacità di far dimenticare a chi vede il lavoro accademico e di lima che c’è sotto.

Non siamo spettatori o ascoltatori di una lezione o di una conferenza sull’arte moderna.

Non ci sono intenti nell’aver posto due schermi sul fondo sul quale scorrono particolari delle opere, solo la volontà di mostrare l’opera.  Vengono invece solleticate la curiosità e la voglia di conoscenza che, di fronte all’ignoto storico, smuovono i sensi per capire.

Lo spettacolo finisce e, se da un lato chi conosce l’artista vuole saperne di più, chi ne era completamente ignorante inizia la sua ricerca, per dare corpo a questa figura così sfuggente.

Si attua il meccanismo più semplice e immediato che credo il teatro, anche questa volta, ci ricorda di saper fare: dar corpo “all’altro”, in cui ritrovare in qualche modo se stessi, tenendo sempre viva la memoria, qualunque sia il tempo.

a cura di Maria Sole Petroni 

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