RITORNO A SCUOLA

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A cura di Claudia Tanzi

Il preside ignorante, il professore di lettere troppo buono, l’insegnante smaliziato con le alunne, l’isterica, la zitella, la zitella isterica, quello che fa la doccia solo una volta a inizio anno (che troppo spesso coincide con quello di educazione fisica)…Potrebbero sembrare maschere della Commedia dell’Arte, e forse in un certo senso lo sono, ma sul palcoscenico di quel microcosmo in sé concluso che è la Scuola.
Sì, la Scuola con la S maiuscola, quasi un universo parallelo in cui si ha l’impressione che il mondo esterno sia come sospeso, fermo tra la campanella di inizio e quella di fine. Qui promozioni, debiti e bocciature diventano armi sul campo di battaglia del consiglio di classe, dove vengono alla luce vecchi rancori, gelosie e alleanze tra professori, residuo di un intero anno scolastico.
Ultimo giorno di scuola: tempo di bilanci. Chi non ha mai desiderato origliare quanto detto dai professori sulla propria classe? Ora, al contrario, il pubblico che sbircia indiscreto non può esimersi dal bramare di conoscere quella 4D soltanto evocata per via di allusioni contraddittorie, abitata da alunni che sono altrettante figure tipizzate, dal bullo alla bella passando per l’immancabile secchione, parteggiando ora per l’uno ora per l’altro. Niente di nuovo, dunque. Solo il disagio dell’età più critica, che oggigiorno potrebbe concretizzarsi nell’isolamento di un paio di cuffiette, è invece espresso dal sonoro ronzio di una mosca…
“Partire da ciò che i ragazzi sanno fare meglio, anche se questo qualcosa sono le mosche” d’altronde, è quanto ripete con convinzione il professor Cozzolino, alias Silvio Orlando, a mitigare il facile abbandono al languore della disillusione contenuto nella veridicità lapidaria della sentenza “la scuola funziona solo con chi non ne ha bisogno”. Ecco allora Marina Massironi, Roberto Citran, Vittorio Ciorcalo, Roberto Nobile, Antonio Petroncelli e Maria Laura Rondanini portare sulla scena allo stesso tempo tante scuole e una soltanto, che si moltiplica rifrangendosi negli infiniti modi di intendere l’insegnamento.
Forse a tal proposito non tutti azzarderebbero la parola nostalgia, ma chi non prova almeno una stretta al cuore nel passare davanti alle mura che per anni sono state causa, prigione e teatro di tante ansie, gioie, delusioni e risate? Ci pensa il tempo a sbiadire i ricordi negativi e non si può che uscire di teatro con un sorriso di malinconia al ricordo degli anni del liceo andati.
A 23 anni di distanza, con una tappa al cinema e qualche premio di mezzo, tornano la stessa rappresentazione, gli stessi interpreti e la stessa scuola nella regia di Daniele Luchetti. Proprio come nella realtà tornando a trovare i propri professori 20 anni dopo li si troverebbe invecchiati, ingrigiti ma con le stesse fissazioni e la stessa strenuità di un tempo nel difendere l’imprescindibilità della propria materia.
Corde, quadro svedese, cavallina e impalcature si offrono quali sorta di meta-palcoscenico ad ospitare, per una volta, i drammi repressi non degli studenti ma dei professori.

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