RIEDUCARE LO SGUARDO. JOHN BERGER, STORYTELLER CONTEMPORANEO

744

A cura di Ornella Tartaglia

Scrivere di John Berger significa addentrarsi in un mondo complesso e affascinante, quello di un artista che ha tutte le carte in regola per essere definito uno dei più grandi geni visionari degli ultimi decenni. Sceneggiatore, giornalista, critico d’arte, critico letterario, autore teatrale, disegnatore, poeta e molto altro, John Berger dichiara fin da subito di non abitare in nessun luogo, di non appartenere ad alcun paese. Spesso la critica parlando di “British fiction” non lo cita e a volte di lui non si sa come parlare. Rifiutando il perimetro circoscritto del paese d’origine, con le sue numerose opere ha ampiamente dimostrato una straordinaria capacità di trasformare l’osservazione in racconto. Non a caso non ama definirsi romanziere, ma raconteur o storyteller. Basta iniziare a sfogliare le prime pagine del suo esile volume Sul guardare (Mondadori, 2003) per rendersene conto. Ventitré brevi saggi accompagnati da vecchie fotografie e preziosi estratti dalle opere che lo hanno influenzato. Per ammissione dello stesso scrittore, l’opera si configura come un viaggio attraverso temi apparentemente slegati e distanti e ci mostra l’importanza sacrosanta di aprirci a un’immagine senza presunzione e preconcetti.

Della stretta relazione che intercorre tra parole e immagini ce ne parla anche e abbondantemente Calvino sia nei romanzi sia nella produzione saggistica. Pensiamo, ad esempio, alla sua lungimirante lezione sulla visibilità, posta come uno dei valori da preservare per il nuovo millennio e di cui Berger sembra condividere le intenzioni. Avvertita l’energia dell’immagine, sviluppata un’idea e tradotta in parole, possono forse esserci le basi per costruire una storia. Ciò mette in gioco però una delicata questione: quella del realismo nell’arte. Con la splendida definizione di Walter Siti contenuta in un saggio edito nel 2013, il realismo è “quella postura verbale o iconica che coglie impreparata la realtà o ci coglie impreparati di fronte alla realtà”. É “una forma di innamoramento”. Così, John Berger, partendo da un ipotetico soggetto, viene lentamente catturato nella rete di un personaggio che non chiede altro che di essere ascoltato. E Berger lo ascolta, lo fa con scrupolo e attenzione fino a che non si sente convinto della sua necessità. Il soggetto potrebbe anche essere privo di voce o, magari non del tutto sprovvisto, potrebbe trovarne una ma ancora, forse, nemmeno l’autore ne è pienamente convinto. Insomma quando finalmente capisce di aver trovato la voce necessaria che deve e vuole essere raccontata il gioco è fatto.

Il problema è sempre lo stesso: c’è sempre meno gente che osa, sempre meno ricerca. Robert Capa, uno dei migliori fotoreporter di sempre, cercava di capire sin dove ci si poteva spingere e che cosa riusciva a riportare indietro dalle tante guerre documentate. Guardando la celebre fotografia del miliziano lealista capiamo che la vicinanza di Capa al soggetto era fatta soprattutto di coraggio. “Quando ci si spinge tanto lontani da sé e si osa andare così a ridosso della storia di un altro essere umano, può essere difficile trovare una strada per tornare indietro”. Per questo, guidare l’occhio, renderlo consapevole ed educarlo sono solo alcune tra le riflessioni suggerite in questi saggi e che il fotografo ungherese ha dimostrato di possedere.

Dall’analisi delle fotografie di Paul Strand ai dipinti di Francis Bacon, dai personaggi alienati di Walt Disney al dominio sessuale delle sculture di Rodin, il minimo comune denominatore di queste opere è l’energia interna di cui sono portatrici e che sta a noi saper riconoscere. Di una fotografia, di una storia, di un dipinto non esistono interpretazioni corrette o scorrette, vere o false, legittime o illegittime. Gli oggetti devono sempre essere osservati da ogni possibile angolatura e i tanti piani di lettura dipendono dalle nostre conoscenze e dalla nostra attitudine al confronto.

É proprio qui, su questo terreno che si incontrano le più disparate “velleità” di Berger. Esattamente come la linea tracciata dall’artista di Sumiye, la sua mano è assolutamente consapevole di lasciare un segno preciso sulla carta, ma allo stesso tempo sa bene che potrebbe saltar fuori qualcosa di imprevisto. É proprio questo elemento inatteso a dare origine e unicità all’opera d’arte rendendola libera espressione di uno spirito. Dunque, affidare ai lettori o ai semplici osservatori il compito di realizzare la propria linea è il dono più grande che un artista come Berger possa fare al proprio pubblico

Commenti su Facebook