Ai miei redattori sconsiglio sempre di avventurarsi in una stroncatura. È un genere letterario difficile, pieno di insidie e pericoli, in cui il giudizio del buon critico rischia di oscillare tra pruriti estetici da manuale universitario e fastidi personali non meglio specificati. Ciò nonostante, a volte, è necessario dire cosa non funziona in uno spettacolo e perché, anche quando si tratta di un artista stimato e rispettato come Corrado d’Elia. D’altronde, non è detto che ciò che non funziona non provochi una riflessione utile a tutti coloro che amano il teatro.

Il caso in questione è il Riccardo III: come stare dentro un videogame, della Compagnia Corrado d’Elia, andato in scena dal 20 febbraio al 4 marzo al Teatro Litta. Le premesse erano ottime: uno dei più grandi e amati testi di Shakespeare, un attore e regista nel pieno della sua maturità artistica e un pubblico sempre ben disposto e curioso nei confronti dei suoi lavori. Non è necessario dire che l’attesa era molto alta, specie da quando sono iniziate ad uscire le prime immagini dello spettacolo: luci psichedeliche, musica 8-bit e atmosfera da video-game arcade anni ’80.

La retromania che sta colpendo il mondo del web e delle serie tv (Stranger Things, This f**king world, Everything sucks et simila) ha trovato un suo posto anche nel teatro, attraverso un’intuizione piuttosto originale: raccontare la storia del deforme duca di Gloucester come un videogioco, strutturato in livelli, missioni e punteggi. Una scalata al potere fatta di omicidi, congiure e corruzione, in cui tutti i personaggi che ruotano attorno a Riccardo risultano pedine manovrate a distanza, inconsapevoli. Assistiamo così ad una metamorfosi piuttosto insolita, in cui il protagonista scompare dalla scena, astraendosi in una voce fuori campo (la voce del gioco e del giocatore al contempo) e lasciando gli “altri” come uniche presenze fisiche a cui relazionarsi.

Già a questo punto sorge una domanda più che lecita: ha senso mettere in scena un Riccardo III di Shakespeare (e non una riscrittura) senza la presenza fisica del suo protagonista? La domanda è ancora più legittima dal momento che è la fisicità rappresenta un punto di contrasto e di conflitto centrale per Riccardo. È la sua deformità a impedirgli di godere il momento di pace; è la sua deformità a valergli l’esclusione dalla cerchia di quelli che contano; è la sua deformità a costringerlo a fare della parola – manipolatrice, ipocrita, assassina e incredibilmente potente – il suo unico strumento di rivalsa. Senza questo contrasto la voce di Riccardo rischia di essere solo un semplice voice over, un trucco da teatro contemporaneo non molto convincente. Non solo.

Ci si può chiedere fino a che punto possa essere sopportabile uno spettacolo in cui il protagonista (esplicitamente dichiarato) è un’entità invisibile che agisce per mezzo di altri. Certo, la durata dello spettacolo (circa 60 minuti) ne aiuta la fruizione, ma è legittimo chiedersi se si tratta di un’operazione davvero necessaria, soprattutto dal momento che a interpretare il protagonista è un attore come Corrado D’Elia che ha mostrato anche di recente di riuscire a dividersi bene tra regia e ruoli centrali, come dimostrano Cyrano o Caligola. Potrà sembrare deludente e un po’ scontato da ammettere, ma il pubblico, oggi come ai tempi di Shakespeare, ha bisogno di protagonisti in cui identificarsi, verso cui proiettare le proprie aspettative e pulsioni, anche quando si tratta di personaggi negativi. E di nuovo: è possibile immedesimarsi, affezionarsi ad una voce, senza nessuno che ci si relazioni veramente?

I dubbi circa l’operazione di d’Elia si acuiscono circa il lavoro con il cast. I personaggi, nel migliore dei casi, sono ridotti a figurine bidimensionali che si muovono a scatti, come degli avatar affetti da bug continui. Sono pedine, certo, ma pedine senza umanità, senza profondità, a cui difficilmente ci si potrebbe affezionare, anche quando muoiono nei modi più atroci – e ricordiamo, Riccardo arriva ad uccidere fratelli, amici, donne, la sua stessa moglie, i suoi nipoti. La bidimensionalità dei personaggi si riflette così anche su Riccardo. La posta in gioco è sempre minima. Si tratta di fare più o meno punti. Vincere la partita, perdere e ricominciare, sembra dire lo spettacolo di d’Elia. Ma è tutto qui? E soprattutto: è sufficiente?

Sebbene non siano ancora accolti tra le cerchie dell’alta cultura, i videogame sono una delle forme narrative vincenti del nostro secolo. Lo sanno bene i molti giovani e non più giovani che passano ore e ore davanti allo schermo. Non è questa la sede per spiegare un tale successo, ma volendo sintetizzare potremmo dire che l’aspetto più affascinante dei videogame è che sono storie a cui non solo sei chiamato a partecipare, ma anche a completare con il tuo sforzo. Uno sforzo virtuale, certo, ma di cui tu, utente, sei il principale protagonista, il motore e il centro di tutta l’azione. Non a caso non c’è nulla di più noioso che guardare un altro giocare al posto tuo – a meno che non si tratti di un gameplaying, ma non è il nostro caso.

Il Riccardo III di Corrado d’Elia rischia proprio di fare questo effetto: un gioco molto affascinante, crudele e perverso, a cui però tu, spettatore, non puoi partecipare. Ti puoi limitare a sedere in fila e aspettare il tuo turno, turno che però non arriverà mai. Non ti godrai una storia ben raccontata, non ne approfondirai gli aspetti più torbidi e profondi, ma guarderai un altro giocare la sua partita, partita, in cui non incontra nemmeno un ostacolo degno di tale nome. Quello che resta è la nuda struttura drammaturgica del testo shakespeariano, musica 8-bit e luci stroboscopiche. E allora che cosa racconta il Riccardo III di Corrado d’Elia? Del nostro voyerismo verso il potere? Della pornografia della violenza? Del nostro recondito desiderio di essere tutti dei Riccardi III, accecati dal nostro stesso desiderio di conquista e disposti a tutto per raggiungere i nostri obbiettivi? Nonostante tutte e tre le ipotesi possano apparire plausibili, nessuno di questi aspetti sembra venir approfondito.

La confezione – piacevole o meno a seconda dei gusti – sembra quasi prevalere su ciò che contiene. La bidimensionalità del male, a cui sembra additare il Riccardo III di d’Elia, non viene affrontata, sviscerata e combattuta, ma semplicemente indicata. E allora viene da chiedersi: abbiamo davvero bisogno di questo, oggi? Come spettatori, come attori, come uomini del nostro tempo? Di fronte ai cataclismi generati dalla superficialità e dalla virtualità delle nostre esistenze, che generano odio, rancore, ignoranza e violenza, è questo tutto quello che abbiamo da dire? Non perché il teatro dovrebbe dispensare morali di alcun tipo, si badi bene, ma perché ancora oggi il teatro possa essere un luogo privilegiato di riflessione. Riflettiamo bene: Riccardo III arriva ad uccidere qualsiasi persona attorno a lui, bambini compresi. Non avatar bidimensionali. È un male reale, premeditato e compiuto, come quello che ci circonda ogni giorno, e a cui abbiamo fatto il callo, è vero, grazie a tg, social, cinema e serie tv. Un male a cui siamo assuefatti, e che forse, sotto sotto, saremmo disposti a fare a nostra volta agli altri. E questo non è bene. Allora viene da chiedersi: un teatro che non mostra e non mette in discussione il male che racconta, è davvero un teatro necessario?

A cura di Nicolò Valandro

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