Le recensioni informali di Empire of Cinema: Volti

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Volti (Faces),
John Cassavetes
1968, 124 min.

volti locandinaDrammatico. Un uomo e una donna, seduti sulle scale che dalla camera da letto conducono al pianterreno, separati da qualche gradino e un silenzio incolmabile, rotto soltanto da mezze frasi come “mi tiri una sigaretta?”, “Da accendere?”. Dovendo partire da un’immagine per descrivere un film come questo, sceglierei questa. Non è necessario conoscere la trama per percepire la deprimente distanza tra i due personaggi, ma c’è di più. Le persone tendono ad avere un rapporto ambiguo con le abitudini. Da un lato, possono rendere la vita piatta, alienante, e di conseguenza opprimente, ma dall’altro rappresentano delle certezze, qualcosa di rassicurante, delle ancore di salvezza. Cassavetes coglie a pieno questa ambivalenza e la proietta sui suoi personaggi, la cui tragicità sta proprio nel quotidiano. È un problema che riguarda tutti e da cui ognuno, a prescindere da età, sesso o classe sociale, cerca pateticamente di trovare una via di fuga: Chi cerca in rapporti occasionali la fuga da un matrimonio che si trascina su se stesso, chi si prostituisce sperando di incontrare qualcuno, chi passa le notti tra alcol, sesso e ricordi di una giovinezza perduta da tempo. Eppure, nessuno sembra riuscire ad evadere dal dramma di fondo. Tutto ciò è raccontato dall’autore con sincero realismo. La camera è quasi sempre vicina o vicinissima agli attori, mostrandoci nel dettaglio le loro facce (e qui il titolo del film è particolarmente calzante), le cui espressioni tradiscono ogni tentativo dei personaggi di nascondere con le parole il proprio disagio, il proprio imbarazzo, la propria malinconia. Risultato ottimale in questo senso è dato dalle ottime performance degli attori, tra cui spiccano un grande John Marley (il celebre “Jack Woltz” de Il Padrino) e l’affascinante Gena Rowlands, compagna del regista, che vedremo nei suoi lavori successivi, una sceneggiatura formidabile capace davvero di rendere questi personaggi delle persone, i cui dialoghi non sono mai al servizio totale della trama (anche perché in più di due ore di film i fatti veri e propri sono molto pochi), ma ne riflettono pensieri, sensazioni e maschere sociali, in scene dilatate in cui discutono, sobri o ubriachi, di argomenti superficiali, luoghi comuni, frasi fatte, barzellette, scioglilingua o semplicemente delle loro stronzate. Un po’ come facciamo tutti, ma mai in maniera fine a sé stessa, dato che ogni contraddizione ci svela un dettaglio della loro non semplice personalità. Per il resto, è visivamente bello da vedere.
Sono bellissime le riprese di interni, le sequenze dinamiche in cui la regia pare ubriacarsi assieme ai protagonisti che ballano e si gettano sui divani, o assumerne il punto di vista nelle parti più emotivamente forti, basti pensare a Marley ripreso dall’alto mentre sfreccia nervoso sulle scale, a distanza ravvicinata quando discute con la moglie (spesso appena dietro la spalla), o al contrario distaccarsene e guardarli con semplice realismo, come nell’inquadratura finale.

A cura della Redazione di Empire of Cinema

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