Abbiamo visto il prequel della saga de “La notte del giudizio” e siamo qui per dirvi cosa ne pensiamo: la pellicola si pone l’intento di raccontare la genesi dello “Sfogo”, una ricorrenza annua di una realtà distopica che permette in dodici ore di commettere qualsiasi tipo di crimine. Nel film seguiremo le vicende di alcuni membri della comunità di Staten Island (l’isola periferica di New York dove avrà luogo l’esperimento sociale) tra cui un’attivista e un gangster, che si troveranno a dover fronteggiare l’ondata di follia generata da questo esperimento sociale.

Scritto ancora una volta da James DeMonaco conferma una sceneggiatura lineare, asciutta, traendo però il suo punto di forza da alcune idee brillanti che arricchiscono la storia: la prima parte ci mostra con calma i preparativi a quest’evento, ovvero sedute psicologiche a cui gli abitanti si sottopongono per poter partecipare, rimarcando la rabbia scaturita dall’ingiustizia sociale nella periferia. Nella seconda invece, come da tradizione nel franchise, assistiamo al delirio barocco di morte e violenza nella notte in cui tutto è
veramente possibile e qui vengono sapientemente messe in scena le paure dovute al periodo di incertezza che stiamo vivendo e ai simboli dell’ascesa di movimenti politici che fanno leva sull’ira.

È una saga che non nasconde infatti di legarsi all’attualità e ancor di più alla politica: rispetto a “La notte del giudizio: Election Year” i toni si fanno meno propagandistici ma restano fortemente anti-trumpiani, tuttavia in questo capitolo si vuole dare più rilevanza alla gente comune che sente il bisogno di scatenare la propria furia, di
“purificarsi” e questo giova sicuramente in quanto lo spettatore riconosce una realtà non troppo distante, forse troppo contigente, e non fa storcere il naso di fronte a prese di posizione troppo faziose come accadeva nel film del 2016.

La regia è ispirata, McMurray riesce a creare un giusto clima di angoscia sia mostrando il malumore comune della periferia sia nel mostrare la brutalità umana, ma ha anche l’ambizione di voler essere qualcosa di più volendo costruire inquadrature più sofisticate: ad esempio un elemento registico ricorrente è quello di mostrare le torri di Manhattan sullo sfondo a rimarcare che ci troviamo sempre ai confini della città, in un luogo distante dal benessere già nella quotidianità, figuriamoci quando questa gente diviene oggetto di un esperimento sociale violento. Per carità questa non è avanguardia, stiamo parlando di un film di serie B ispirato che riesce a cogliere il senso della contemporaneità in modo stimolante e che riesce a veicolare delle provocazioni forti, e nonostante abbia una natura commerciale ha dei sottotesti che è sia divertente quanto necessario decifrare. Alla fine intrattiene e fa pensare: cosa volere di più?

a cura di Luca Mannea

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