Nel cuore di Brera: a tu per tu con il direttore J. Bradburne pt 2

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Eccoci tornati con la seconda parte della nostra intervista a James Bradburne, nuovo direttore della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Braidense. Per chiudere gli abbiamo rivolto un’ultima domanda che ci sta particolarmente a cuore…buona lettura!

F: In Italia, molte volte e negli ultimi anni soprattutto, è molto vivo il dibattito di una riforma universitaria che miri alla preparazione degli studenti nell’ambito artistico non solo dal punto di vista della storia dell’arte ma anche, e di più, della gestione della realtà museale, intrecciando materie come storia dell’arte, economia, diritto…

J. Bradburne: Io posso dire che i fatti contano. Io dico che l’unica cosa che conta è ciò che facciamo, perché purtroppo, spesso, le persone parlano ma non fanno. Dobbiamo sempre fare e mostrare! Perché tutto è fatto dell’esperienza del visitatore ma se falliamo io non sono in grado di difendere l’esperienza del visitatore. Posso difendere i quadri ma non l’esperienza del visitatore. E qui (a Palazzo Strozzi – ndr) abbiamo davvero provato molto, sperimentato…ogni mostra abbiamo fatto un catalogo per bambini e famiglie, per 18 mostre, e poi le “conversazioni” cioè storie orali nelle diverse comunità, abbiamo fatto percorsi nella città legati ad ogni mostra, 26, disponibili in inglese, italiano, cinese anche su Android ed Iphone! Dal 2008! Cose che adesso sembrano banali però fare tutto in cinese nel 2008 era una cosa abbastanza strepitosa. E poi i kit per famiglie (sfoglia il catalogo della mostra su Rosso Fiorentino e Pontormo a Palazzo Strozzi): valigette per le famiglie con attività per le diverse età, per lasciare che le famiglie rimangano insieme in mostra. Abbiamo fatto 8 anni di esperimenti intensivi. C’è molto da fare! Io vorrei vedere qui molte di queste sperimentazioni.

Ma parliamo adesso della valorizzazione. La grande rivoluzione, anche in campo universitario, io credo che sia uno spostamento delle priorità dalla tutela verso una priorità alla valorizzazione. La tutela è imprescindibile. Quando parlo di valorizzazione non mi riferisco solo alla monetizzazione che ne è, certamente, una dimensione, ma anche alla creazione di valore per diversi settori: bambini, famiglie, ipovedenti, persone con autismo, persone con Alzheimer, utilizzando le nostre risorse culturali a servizio della creazione di nuovi valori per tutti.

La pratica del creare valore richiede una formazione diversa. Io sono un po’ contro la tendenza a trasformare (gli studenti – ndr) soltanto in tecnici. Non è event management è spostare una mentalità, perché l’esigenza di gestire i beni culturali in una certa maniera deriva dallo scopo. Non possiamo dire che lo stato italiano ha fatto tutela male. Hanno investito risorse culturali per la tutela e la tutela qui è al top del livello mondiale. Il problema è che si trascurano le sfide della valorizzazione. La formazione non dovrebbe puntare su come organizzare un evento, fare una strategia sui biglietti…questo è un risultato! Dobbiamo imparare queste tecniche ma in servizio del grande scopo della valorizzazione. Dobbiamo utilizzare i nostri beni culturali, l’investimento pubblico, privato e le risorse proprie per valorizzare al massimo.

Perché la valorizzazione porta a tutta questa roba? (Ci fa vedere la seconda parte del catalogo di Palazzo Strozzi dove ci sono grafici, sondaggi, resoconti economici dell’andamento della mostra su Rosso e Pontormo). C’è un detto nel managment che dice che non è possibile migliorare senza misurare. Quindi, se l’idea è la valorizzazione, dopo dobbiamo chiederci: “come possiamo valutare ciò che è meglio fare?” perché il valore porta intrinsecamente una attenzione alle misure. Misure che potrebbero essere non economiche, non so potrebbe essere anche il numero di persone che cercano informazioni e che hanno interesse, possiamo fare misurazioni quantitative e qualitative però se non entriamo in uno spirito di valutazione non possiamo valorizzare.

Quindi io credo che stiamo sbagliando alcune proposte sul piano universitario, sul puntare troppo sulla tecnica del fare management, senza dire: “perché facciamo management della cultura?”. Dobbiamo capire perché abbiamo spostato la valorizzazione per prima. A questo punto siamo obbligati a capire come possiamo misurare per avere valore. Una volta fatto questo possiamo anche dedicare un corso alla gestione delle risorse economiche, va bene.

Io credo che dobbiamo evitare il troppo importare dall’America il modello del business per la cultura, perché sono soltanto strumenti, validissimi certo. Qui per esempio, io posso mostrarvi diverse cose (ci fa vedere sempre il catalogo di Palazzo Strozzi): l’andamento di tutte le mostre, l’impatto dell’identità del museo misurato secondo il numero di menzioni nella stampa nazionale e locale, i sondaggi che chiedono agli spettatori di descrivere le loro aspettative e la soddisfazione (dopo aver visto la mostra – ndr). Questa deriva della valorizzazione non è economica. Non è dire che questo ha incassato più dell’altro: parla dell’esperienza del visitatore! Se possiamo immaginare di misurare possiamo anche migliorare e possiamo capire.

Un’altra misura che abbiamo, che è strettamente economica ma molto interessante, è l’indotto sul territorio: quanto valore per tutto il territorio abbiamo creato facendo questo evento? Utilizziamo delle tecnologie sviluppate dal Boston Consulting molto rigorose, in cui contiamo soltanto le persone che hanno dichiarato di venire per l’evento stesso, ma così possiamo dimostrare che se facciamo bene l’effetto di leva per il territorio è enorme. Su un investimento pubblico di 2 milioni a Palazzo Strozzi, nel 2014, abbiamo creato 61 milioni di valore. Non male! E per un investimento totale di 7 milioni il fattore è quasi del 10%. Questo non tutti gli anni…nei primi anni abbiamo fluttuato tra i 16 milioni, che è un fattore doppio, fino al 2014 con 61 milioni. Questo è molto interessante! È un approccio! Non è una tecnica da imparare. Perché non possiamo perderci nei numeri e nelle valutazioni se non crediamo nel valore intrinseco della cultura. C’è un valore e se non siamo convinti del valore della cultura dobbiamo fare altro. Io ho sempre parlato di tre criteri per fare una mostra – a Palazzo Strozzi almeno:

1 creare nuove conoscenze, non di riproporre l’ennesimo impressionista. Se non portavamo nuove scoperte, se non dicevamo qualcosa di nuovo, non facevamo la mostra.

2 restaurare. A Palazzo Strozzi, non avendo la nostra collezione, abbiamo sempre messo una buona fetta di denaro per restaurare.

3 il più importante, la trasformazione. Se non potevamo credere che un visitatore uscisse trasformato, tanto o poco, da una mostra, se non credevamo nel potere della proposta, non facevamo la mostra. 

Abbiamo restaurato questo quadro del Pontormo (la Visitazione di Maria a Santa Elisabetta) che è uno dei quadri più contemporanei che io possa immaginare, e abbiamo restaurato un’opera di Bill Viola, un artista contemporaneo che adesso ha 70 anni. Lui si è ispirato a quest’opera per il suo primo slow video, The Greating, e lo abbiamo invitato a Firenze per seguire il restauro. Era fantastico! In questo quadro ci sono sei persone! Ci sono le due sante, ovvio, poi due persone enigmatiche che non sono ancora sante però è chiaro che potrebbero essere le stesse persone (guardate il colore degli abiti e l’età) però ci sono anche altre due persone, nel ventre delle donne! Questo quadro io potrei guardarlo per ore, è contemporaneo! E parliamo del Pontormo! Lui e Rosso Fiorentino, contemporanei in età, hanno realizzato gli affreschi della Santissima Annunziata…avevano 22,23 anni! Ma, scusate, a Bill Viola, Anselm Kiefer, gli artisti contemporanei di adesso, non diamo mica i più grandi spazi pubblici! Raffaello aveva 27 anni quando ha fatto lo Sposalizio. Loro sono stati contemporanei!! Sono stanco di questa idea di mettere l’arte contemporanea a fianco dell’arte antica! Non è antica! Tutta l’arte è contemporanea.

A cura di Eleonora Musicco e Francesca Maria Montanari

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