QUANDO SI LEGGE, SI LEGGE SOLI

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A cura di Claudia Tanzi

C’erano una volta i cantastorie, che partendo dall’antica Grecia, passando per la Francia e la Sicilia medievali e soggiornando nelle misteriose spoglie degli stregoni africani, sono saliti agli onori dell’Enciclopedia  e qui si sono fermati, cristallizzati in una definizione forse un po’ troppo stretta:  “divulgatore, talvolta insieme compositore, di storie in versi, generalmente a soggetto drammatico o passionale che, in occasione di fiere o feste paesane, recitava nelle piazze, spesso commentando una serie di figurazioni”. C’erano dunque, ma ci sono ancora. Al Teatro Libero non una compagnia di attori, non una scenografia ingegnosa, non un incalzante alternarsi di voci ma una soltanto, quella di un menestrello solitario in blue jeans che fino al 23 marzo, in compagnia di un leggìo e niente più, rivelerà mondi lontani: gli stessi evocati da Márquez nel suo Dell’amore e di altri demoni.

Silenzio, allora. Abbandonatevi al flusso delle parole che si susseguono l’un l’altra rincorrendosi, escono dalle labbra di Corrado Accordino e con un unico balzo entrano nel maxischermo che gli sta a fianco, materializzandosi in ombre scure, immagini multiformi dal forte potere evocativo.

PERCHÉ SÍ: “Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.” (I. Calvino)

Possono intimorire, talvolta, i libri. O meglio, non loro propriamente, quanto il peso insostenibile dei caratteri neri che, uno dopo l’altro, si mettono in riga a comporre sui loro dorsi titolo e nome dell’autore. I classici sono così, snob per scelta d’altri. Può essere utile allora in questi casi, quasi esorcizzante, ascoltarli per bocca altrui, come una favola della buonanotte per adulti, cullati dall’armonia di musiche che accompagnano lo scorrere delle parole. Ma anche come spunto di riflessione alternativa su di un tema, l’amore, che è forse quanto di più banalizzato dalla modernità. Emerge viva la sua forza primordiale da queste pagine eterne che sembrano essersi scritte da sole, tale è la potenza di un sentimento non passato per il filtro di categorie costruite artificialmente dal pensiero, non riposto a forza in rigidi schematismi. Presentandosi da sé, quest’amore non livella la propria negatività intrinseca, contenuta nel forse unico insegnamento che il marchese Ygnacio consegna alla figlia Sierva Marìa: “Davvero l’amore può tutto, ma farai meglio a non crederci”.

Questo comunque non vi consoli, quando si legge, si legge soli. E con questo passiamo alla pars destruens.

PERCHÉ NO: “I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.”  (I. Calvino)

Ciò significa essenzialmente che sono le esperienze personali a traghettare l’attenzione di ciascuno verso determinate sfumature di significato, a focalizzare lo sguardo su di un punto anziché un altro, a far interpretare una certa frase in un dato modo e a rimanere colpiti da passaggi che passerebbero inosservati ai più. Ma ogni interpretazione discende anche da fattori contingenti, tant’è che “d’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”.

Di conseguenza, anche una lettura pubblica riflette una visione che è del le/a-ttore e di lui soltanto, scontrandosi talvolta con l’opinione di coloro che quel libro l’hanno già conosciuto, e rischiando dall’altro lato di viziare il parere di chi invece non vi si è ancora accostato, compromettendo così un giudizio che viene costruito a priori sulle fragili fondamenta del “sentito dire”. A maggior ragione ciò vale quando si tratti di una lettura riassuntiva che procede per punti salienti: sarà sempre soltanto una lettura parziale, di una parzialità decretata da chi  lo spettacolo lo crea e pertanto nuovamente imposta dall’alto, mediata.

Dall’interpretazione di Accordino, in particolare, fatica ad emergere quella componente di malinconia e quell’intonazione ironica che rappresentano al contempo l’anima e l’essenza della letteratura sudamericana e che ne consacrano l’aura di magia. Quei mondi sospesi, popolati da fantasmi e presenze lievi che si mescolano e confondono in un’unica convivenza coi vivi. La decadenza dei fasti di un passato sciupato e dimenticato, la potenza icastica delle parole e gli infiniti silenzi. Quella tristezza che non è rassegnazione ma scelta di vita, di una vita in comunione con un Dio amato e temuto e con le forze di una natura che non si lascia sopraffare, il rispetto e la cieca fiducia nella quale sfiorano le vette della venerazione idolatrica.

Tutto questo e molto altro sono un unico sentire che forse vive solo nella mente di chi legge, ed è bene che lì restino.

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