«In ogni caso avevamo fame. Anzi, per l’esattezza, ci sembrava di aver inghiottito il vuoto cosmico, quella era la sensazione. Quanto alla causa di questa situazione, molto probabile che fosse la nostra mancanza di fantasia».

MURAKAMI panetteria Igort

Quella appena citata è una frase tratta dal romanzo di Haruki Murakami pubblicato nel 2016, Gli assalti alle panetterie e la vignetta scelta per dar vita al meglio a queste parole è firmata Igort, pseudonimo per Igor Tuveri, classe 1958. Da sempre vicino al mondo giapponese, il fumettista, oltre che editore e compositore di Cagliari, è stato il primo autore occidentale in assoluto a disegnare manga.

Reduce dal Premio Romics alla carriera conferitogli quest’anno, Igort ha appena pubblicato il secondo quaderno della serie iniziata sette anni fa, da lui dedicato al maestro disegnatore di manga e sua fonte di ispirazione Jirō Taniguchi. Un anno fortunato per Igort, che ha appena fondato la casa editrice Edizioni Oblomov, dedicata interamente al genere del fumetto, insieme a Elisabetta Sgarbi e alla sua Nave di Teseo.

La mano di Igort in alcuni passi richiama inevitabilmente i pittori giapponesi più celebri del periodo Edo, specialmente Utagawa Hiroshige, uno dei maestri celeberrimi dell’Ottocento insieme a Katsushika Hokusai. Sia i temi che le pennellate hanno delle assonanze, sembra quasi ricercata la sensazione di perdersi fluttuando tra le parole e i disegni, errando senza meta, in uno stato d’animo che ha un che di romantico e allo stesso tempo evoca pensieri esistenzialisti. Il tutto all’insegna della necessità del non fermarsi mai, data la consapevolezza dell’esistenza dello wabi-sabi, ovvero della transitorietà delle cose, un sentimento costituivo dell’anima giapponese.

pop-quaderni-giapponesi Igorthiroshige

 

 

 

 

Ponte 1: Igort                                          Ponte 2: Hiroshige

Igort è un autore dinamico: a differenza del primo quaderno, in cui si concentrava sul flusso di pensieri che tende a trascinarci con sé nei meandri mistici e affascinanti dei ricordi, per carpire risposte a domande attuali, egli non ha nemmeno più la presunzione di tentare qualcosa, non vuole dimostrare niente, né a sé stesso né a chi lo leggerà un giorno. Qui l’intenzione è proprio quella di andare, di prendere e partire per il Giappone e incontrare qualunque persona, di fare qualsiasi esperienza, toccare con mano ogni bellezza o sfiorare il pericolo come un fiore di loto, senza farsi graffiare dal vento.

Il titolo I vagabondi del manga potrebbe non casualmente richiamare alla mente una delle opere più rinomate dello scrittore franco-canadese Jack Kerouac, I vagabondi del Dharma, pubblicato nel 1958 – ironicamente lo stesso anno in cui nasce Igort.

Igort e Keruac sono due autori vagabondi, pronti a lasciarsi tutto alle spalle, senza realmente mai dimenticarsi nulla di quanto successo prima, aprendosi inermi al mondo, con le braccia spalancate ad accogliere qualunque cosa: un’emozione, una minima sensazione, una scossa, una paura, un brivido, un evento o una qualsiasi casualità che il mondo sta progettando di offrirgli.

«Prova a meditare sul sentiero, devi solo camminare fissando la strada sotto i piedi senza guardarti intorno e così cadi in trance mentre la terra scorre sotto di te. Nella mia visione vedo tutti Pazzi Zen che vanno in giro scrivendo poesie che per puro caso spuntano nella loro testa senza una ragione al mondo e inoltre essendo gentili nonché con certi strani imprevedibili gesti continuano a elargire visioni di libertà eterna a ognuno e a tutte le creature viventi» pensa il vagabondo di Kerouac, e non sembra troppo distante dalla sensibilità espressa nei disegni dell’artista italiano.

MiyazakiPonte 3: Miyazaki

Seguendo l’autore nel suo viaggio si ha quasi la percezione di perdersi in un sogno, in quel samsara, ovvero lo stato di inganno e meraviglia che viene vissuto da ogni essere nel momento in cui passa da una trasmigrazione all’altra, prima del risveglio. 

«E forse, cominciai a capire, perdersi in luoghi sconosciuti permetteva di penetrare in stanze segrete, di un sé più profondo». Quasi la stessa percezione che si ha percorrendo le trame proiettate da Hayao Miyazaki, maestro d’animazione giapponese vincitore nel 2001 del Premio Oscar per il miglior film d’animazione con La città incantata.

Un terzo ponte dunque, dopo quello di Hiroshige e Igort, in grado di trasportare in quel paradiso dei sognatori dove ogni ponte rosso può condurre in ogni momento in qualunque dimensione, con la meta di un giardino reale in cui sorseggiare del the godendosi i ciliegi in fiore oppure con l’idea di una terrazza a venti piani da terra da cui osservare il bisbiglio del mondo: un po’ dappertutto, a discrezione della fantasia di ognuno.

A cura di Isabella Garanzini

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