Punk 2016: le pagelle. Tra scoperte, riaffermazioni e delusioni

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Al contrario del 2015, anno piuttosto tranquillo per quanto riguarda il mondo del Punk Rock, il 2016 risulta (non è ancora terminato) pieno di sorprese. Si presenta come una rinascita dopo un periodo buio e cupo. Il che non significa esclusivamente nuovi gruppi all’interno della scena ma anche artisti che si riconfermano per le loro qualità, oppure altri che invece mantengono le loro caratteristiche. Non mancano però, anche quei gruppi che non riescono a risollevarsi e che restano in uno ‘’stato confusionale’’ senza uscirne.

Fatta questa (banale) premessa, ecco la pagella di Vox del 2016 circa il Punk Rock.

  • SCOPERTE

pears-punkSpulciando nel Web, si possono trovare moltissimi artisti, dal Pop-Punk all’Hardcore, alquanto validi sia nelle melodie sia nei testi. In particolare, mi voglio soffermare su un gruppo Melodic Hardcore americano, i PEARS. Sono letteralmente ‘’nuovi di zecca’’. La loro carriera discografica inizia nel 2015 con la pubblicazione di Go To Prison in cui già dettavano le basi della loro politica musicale: un classico Hardcore Punk con cambi di ritmo, sonorità particolarmente grezze e la voce del frontman che alterna il pulito sia lo Screamo (il che ricorda in lontananza Dennis Lyxzèn dei Refused). Nel 2016 arriva il secondo album Green Star. Il sound è sempre quello dell’ Hardcore Melodico ma più curato e meno grezzo del precedente. Le caratteristiche canore del cantante restano pressoché invariate e rappresentano un vero e proprio segno distintivo che li diversifica da altre band. Se si vuole descrivere in poche parole il loro ultimo lavoro allora lo si può definire come l’unione tra Refused, NOFX e Such Gold. Consiglio di ascoltare la canzone Green Star, intesa appunto come sintesi di quanto appena detto.

Go To Prison: voto 8,5
Green Star: voto 10

  • RIAFFERMAZIONI

Non avrei mai detto che una band presente sin dal 1983 sulla scena Punk Rock sarebbe riuscita a continuare la propria carriera in un modo così disinvolto e senza annoiare i propri fan. Infatti molti, esaurite le idee, cominciano a cercare canali alternativi per vendere i propri dischi- spesso giudicati mediocri o addirittura al di sotto delle aspettative. Non è questo il caso dei NOFX. noef-punkFirst Ditch Effort dimostra che, dopo tanti anni di attività, si può ancora continuare senza però ricadere nella banalità. Nel caso in esame si possono riscontrare due caratteristiche: la prima riguarda il mantenimento dello stile, ossia non si trovano particolari innovazioni stilistiche, come se Fat Mike & Co volessero ‘’andare sul sicuro’’ mantenendo il (loro) sound. La seconda è sottolineata da una sorta di inversione di ruoli. Nel dettaglio viene leggermente meno il lato Ska del chitarrista/trombettista e seconda voce El Hefe ed una prevalenza della voce del secondo chitarrista Eric Melvin. In sostanza un album al tempo stesso ‘’conservatore’’ con una piccola nota innovativa.

First Ditch Effort: voto 7 

  • DELUSIONI

Mi preme molto sottolineare due artisti che hanno sottolineato l’adolescenza di molti giovani. Artisti che, malgrado la carriera prolifera, si sono fermati in una situazione di stallo compositivo dalla quale non sono ancora riusciti ad uscirne. I primi sono i BLINK 182: nonostante il secondo abbandono di Tom DeLonge i restanti membri Mark Hoppus e Travis Barker avevano espresso la volontà di continuare a suonare e di pubblicare il preannunciato album reclutando Matt Skiba (Alkaline Trio). Il risultato finale è California. Tralasciando il titolo e le sue (possibili) interpretazioni, c’è da dire che l’ingresso di Matt Skiba in qualità di cantante e chitarrista ha sicuramente riavvicinato la band di San Diego alle sonorità tipiche del Pop-Punk californiano. Ma ciò nonostante il lavoro risulta pressochè lontano dai classici dei Blink.

California: voto 5,5

sum-41Situazione più grave viene trattata riguardo ai SUM 41 con 13 Voices. Grave in quanto, se nel caso dei Blink 182 la nota negativa era giustificata dall’ingresso di un membro nuovo ma si comunque intravedeva la volontà di reagire, nel caso dei Sum il ritorno del chitarrista Dave Brownsound non ha provocato quello che sarebbe dovuto essere un probabile ritorno alle origini. Il che dovrebbe essere logico. Infatti la crisi era già iniziata con Working Class Hero (2006). Però la giustificazione era l’abbandono di Brownsound. La situazione è rimasta invariato con il successivo Screaming Bloody Murder. Ma l’abbandono del batterista Steve Jocz ha senza ombra di dubbio peggiorato la situazione. Questo ha fatto si che, secondo possibili congetture, dovesse ritornare qualcuno per risollevare la situazione. Ma la situazione non sembra per niente migliorata. Infatti il disco non sembra riecheggiare (non copiare!) le ormai conosciute Hell Song, In too Deep, Fat Lip o Still Waiting. Al contrario l’unica canzone semi-decente, Fake My Own Death, può essere interpretato come un assemblaggio di canzoni varie senza un filo conduttore. In conclusione sarebbe corretto ritenere che, per risentire i veri Sum 41, ossia come quei Sum degni di quel famoso logo, si dovrebbe rivedere l’intera formazione originaria. Speranza che, a parte il negativismo, ormai sarebbe molto difficile.

Voices: voto 4

A cura di Francesco Recchia

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