Prossimo appuntamento Uniweb Tour: Andrea Dodicianni

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Continuano le nostre interviste in diretta dagli studi di The Yellow Sound il lunedi alle 13.30. Questo lunedì, 16 novembre, avremo come ospite Andrea Dodicianni.

Andrea Dodicianni è il nome scelto da Andrea Cavallaro, 25enne che vive tra Rovigo e Cavarzere. Cantautore di stampo classico, di quelli con la chitarra acustica, andrebbe inserito nello stesso scaffale di personaggi come Daniele Silvestri o Brunori Sas, a loro modo tutti eredi di Rino Gaetano. Artisti che danno un colpo al cerchio dei sentimenti, e uno alla botte dell’ironia.
Il primo lavoro di Dodicianni, “Canzoni al buio”, ha la particolarità di essere stato interamente creato, appunto, al buio, senza l’utilizzo della normale tecnologia che permette di modificare i brani.
«Perciò l’invito è quello di ascoltarlo proprio senza luce – spiega l’autore -, in modo da apprezzarne appieno il contenuto. Per enfatizzare la genuinità dell’ascolto, nella produzione non vi è presenza di artifici elettronici come gli intonatori, ma tutte le tracce sono state riprese in un unico take. Rumori come fruscìi e respiri sono quindi stati lasciati là dove l’acustica naturale dello studio li aveva portati».
Qualche fugace coloritura strumentale, stringata ma funzionale, non altera mai la stoffa grezza e genuina del folk di Andrea che dimostra anche una certa attitudine punk. Se non nei suoni, di sicuro lo fa nell’atteggiamento. “È così” è il giusto inizio per l’album, sussurrato come farebbe il cantautore Dente. Ma già la vena sarcastica è in agguato: “Chi se ne frega di essere buoni alla domenica mattina”. La successiva “Forse era meglio ascoltarti”, metacanzone che include una riflessione sul brano stesso: “Ora suono la chitarra era meglio in tre quarti”. Si tratta probabilmente del capolavoro dell’album. Dietro un’apparente invettiva, si nasconde però una splendida canzone, forse d’amore. Con l’innesto delle percussioni e di un tappeto di tastiere nel finale, diventa un brano struggente. L’urlo liberatorio di Andrea ci ricorda però che è meglio non essere sdolcinati. “Superman”, altra chicca, parla di un giovane che non vuole crescere, con i rimpianti per i supereroi che gli facevano compagnia durante l’infanzia, un po’ come succede al protagonista del libro “La kryptonite nella borsa” di Ivan Cotroneo, da cui è tratto l’omonimo film. “She’s my baby” è il memorabile ritratto – presa in giro – di una ragazza: «Cammina solo sulle punte, indossa calzini a righe per essere true american style». L’invettiva fa assumere toni quasi felliniani alla giovane, il cui attore preferito non a caso è Marcello Mastroianni: «Per un suo bacio venderebbe anche la luna». Una piccola Anita Ekberg di provincia: un po’ civetta, un po’ insicura. L’incedere marziale della batteria, accompagna le parole sussurrate nel finale: «La dolce vita».
Conclusione amara, ma mai melensa, con “Sotto un treno”. Dodicianni ha deciso di affrontare il tema del suicidio, con la stessa dolcezza dell’Alberto Fortis de “La sedia di lillà”. Andrea ha scelto di farlo con poche parole che fanno riflettere sulla solitudine. Il protagonista finisce tra le righe di cronaca nera perché sceglie di farla finita. «La canzone è volutamente breve – spiega l’autore – non servono giri di parole per spiegare un suicidio. È più utile farsi delle domande. Nel videoclip ci sono una bambina con una cesoia, una nonna che accarezza un fucile, una signora che trapana il tavolo dei biscotti: in tutte queste scene c’è qualcosa che non va, ci si chiede allora: perché?». Mentre scivolano questi pochi flash, stereotipi rovesciati, l’ascoltatore è pervaso da una sorta di alienazione: certe tragedie celano spesso una motivazione incomprensibile
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