Il recensore innanzitutto ammette di non aver mai frequentato le terre del Dungeon. Il recensore, quindi, si riconosce, all’interno del libro, negli occhi brilluccicanti del roscio Elia – il bambino novenne figlio della compagna del Bollo. Il recensore è in definitiva contrito per aver peccato contro il Gioco, avendolo considerato soltanto un gioco.

“Il discorso del Silli, mentre fuori scorre una piana di alberi secchi e piccole nuvole, come batuffoli o ufo, in serie di centinaia nella prospettiva infinita dell’orizzonte, inizia a diventare interessante.
Perché non dovrebbe essere un gioco?
Secondo Lévi-Strauss, attacca il Silli, soddisfatto come se preparasse il discorso da anni, i giochi, e su tutti gli sport, hanno un effetto simulativo, sì, ma anche disgiuntivo. Quando finiscono, stabiliscono una differenza prima inesistente tra giocatori e squadre: quella che passa tra vincitori e sconfitti…”

Ma il Dungeon non è il tema del libro: ne è semmai il nucleo da cui la storia si dipana, il motore o lo schermo attraverso cui la storia prende forma. La vicenda di un gruppo di amici di provincia che si riunisce per vent’anni all’interno della stessa stanza, con le stesse patatine fritte e sigarette e birre, mentre fuori il mondo infuria e si abbatte pesantemente sulle pareti del loro ritrovo, mentre lentamente uno a uno qualcuno di loro viene risucchiato dal gorgo del mondo stesso, uscendone morto o sconfitto, non si svolge cronologicamente ma asseconda, in un certo senso, le leggi del Gioco.

Al lettore è concesso immergersi lentamente in questa subcultura senza che ne derivi un trauma o un rigetto. Il Gioco (il rituale) si svela lentamente, mentre la vicenda si piega alle sue necessità, balzando dalla fine all’inizio, dal centro a un punto periferico e insulso della vita del protagonista e dei suoi compagni. L’effetto che ne deriva, alla fine, è quello di profonda conoscenza e concretezza dei nomi prima accennati e poi, solo più tardi, e nemmeno sempre, descritti.

Il lettore entra nella Stanza Profonda e ne esce da membro del gruppo, leggendo il libro con lo stesso sguardo con cui l’autore, gettando un’occhiata nel rifugio ormai polveroso, riconsidera quasi inconsapevolmente il passato.

Nella narrazione del gioco si avverte il mondo che intorno si disfà e si sfilaccia, picchiettandosi di marcio al centro e ai bordi. L’autore riesce a mantenere la banalità del mondo, la sua normalità, come tratto distintivo, senza pretendere che sia unico. Si avverte la solitudine e la crudele bellezza degli ambienti toscani profondi (Valdarno) – crudele perché inevitabilmente destinata alla morte dalla propria debolezza.

La vicinanza tanto lancinante alla vita vera è aumentata dal carattere riflessivo della scrittura: il narratore si rivolge direttamente all’autore, alla parte di sé stesso in ascolto – perché ognuno di noi è soggetto e oggetto del pensiero – utilizzando i limiti del proprio pensiero come i bordi illimitati di un Dungeon, ingrassato da frattali e botole:

“Li guardi discutere, a qualche metro da te, lì su quel marciapiede basso e ampio, di pietra neroazzurra, come graffiata, su cui la brezza alza ogni tanto qualche foglia d’acero. Sembrano decalcomanie, immagini sovrapposte su uno sfondo altro. Sotto un cielo altro. Ma poi, rifletti mentre il Paride si accende una sigaretta e te ne fai passare una e la accendi a tua volta mentre monta un vento più teso e freddo, erano, eravate poi al vostro posto, quando stavate al paese?”

L’Italia, il mondo e il periodo storico passano sullo sfondo senza sforzo. Troppe volte, nella narrativa attuale, si briga per inserire un segno epocale o uno stravolgimento che rappresentino e lascino individuare la vicenda in un contesto. Vanni Santoni è in grado di presentare tutto come viene e come è, con la stessa fragile occasionalità della voce durante una serata tra amici. Le frasi hanno lo stesso sapore di un momento appena trascorso, inzuppate di lingua viva, tendente al dialetto, tanto vicina al parlato da trasudarne l’accento. Tra tutto questo, possono trovarsi attimi di poeticità commovente – come Eliot tradotto in valdagnese (“Aprile gl’è i’ mese più ignorante…”).

La Stanza Profonda è un libro sorprendente che meriterebbe riflettori roventi pur nel recinto del GDR in cui è stato cacciato – e non è nemmeno un recinto ma un parco, anzi una valle, una regione, uno stato completo, un modo e un universo. Il recensore spera che sguardi più importanti del proprio abbiano il coraggio di abbassarsi su quest’opera.

“Ecco Tiziano, è il 2005, è un martedì del 2005, un martedì del’inizio del marzo 2005, e Tiziano e con la sua R4 beige non scende tra i tornanti: scia. Come ogni martedì, scende le quarantanove curve contate, note, fatte e rifatte, ognuna la sua inclinazione, i suoi alberi, a volte la sua vista, curve che conosce più che per nome, curve per cui ha un senso speciale, unico, un calibro che le calca e misura e saluta, una per una, dalla frazione montana al paese, la sera è limpida e stasera c’è la spartizione, sciocco sarebbe arrivar tardi, farsi fregare, nella distribuzione degli artefatti e degli oggetti magici saccheggiati agli sconfitti, non me che ai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse, al nuovo “sistema a coefficienti” ideato dal Salli e approvato dal Pardie, ché sulle spartizioni il master non mette bocca, “sono i vostri personaggi ad averli trovati, devono essere loro, tra loro, a mettersi d’accordo…”

A cura di Giovanni Peparello

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