I 12 del Premio Strega: Le otto montagne

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Premio Strega Cognetti Le otto Montagne

Benvenuti, o forse per meglio dire, bentrovati con l’usuale appuntamento annuale in cui Vox esplora i dodici candidati al Premio Strega. Oggi inauguriamo la rubrica parlando de “Le otto montagne” di Paolo Cognetti.

Sulle mappe le montagne sono disegnate come dei triangoli. È una semplificazione per dire che l’altezza è quello che conta. Di una montagna devi conoscere i metri che raggiunge, per sapere fino a dove puoi averci a che fare. Così su carta tutte le cime del mondo diventano uguali e si finisce per pensare che l’unica cosa che si possa fare è salire. Poi se le si guarda in foto si capisce che i triangoli in realtà non rendono giustizia: ci sono le montagne solitarie, che salgono per davvero a punta, dritte, implacabili e decise, ma pure quelle che in vetta schierano famiglie di cime, picchi e torri. Quando le si ha davanti dal vivo, infine, ci si accorge anche che salire è una delle tante possibilità, ma non certo la sola.

In Le otto montagne Paolo Cognetti ci ricorda questo: non esiste una montagna uguale all’altra ed esiste una montagna per ogni età della vita. Il romanzo, pubblicato da Einaudi verso la fine del 2016, è in concorso per il Premio Strega fra i favoriti, dopo aver conquistato negli ultimi mesi un apprezzamento di pubblico e critica che non si limita all’editoria italiana. Le otto montagne risulta tradotto o in via di traduzione in oltre trenta paesi, mentre Cognetti sta collezionando una lunga serie di incontri promozionali per le librerie del Paese. Molti lo hanno già definito un classico, scommettendo in anticipo contro il parere del giudice più implacabile: il passare del tempo. Leggendolo sembra il punto di arrivo inevitabile di una scrittura che negli anni è riuscita a crescere e limarsi in modo coerente e naturale. Cognetti si lascia alle spalle diverse raccolte di racconti (Manuale per giovani ragazze di successo, Una cosa piccola che sta per esplodere) e arriva al romanzo concludendo il trasloco iniziato con Sofia si veste sempre di nero, collana di racconti che correva lungo il filo di una sola vita.

La cifra principale de Le otto montagne è l’essenzialità. Meno di duecento pagine per ripercorrere gli intrecci di incontri e affetti che danno forma a una vita. Il protagonista è Pietro, figlio di veneti arrivati a Milano verso i trent’anni portandosi dietro una nostalgia per le montagne che li ha spinti a cercarne subito di nuove, lasciandosi alle spalle il passato e le sue cime. Le Dolomiti erano le montagne dei suoi genitori, ma non di Pietro: le sue estati di bambino e ragazzo le trascorre a Grana, dove incontra Bruno, futuro amico di una vita. Il rapporto fra i due, scandito dalla circolarità delle stagioni come nelle più classiche delle storie, cresce segnato dalle lunghe pause che intercorrono fra una vacanza estiva e l’altra, quando Pietro e la madre abbandonano puntuali la città per trascorrere tre mesi nel piccolo paese di montagna.

Quello di Cognetti è un romanzo di formazione a tutti gli effetti, con il rapporto tra Pietro e il padre che si assottiglia sempre di più su una silenziosa e reciproca distanza, dove nessuno dei due, per orgoglio o per somiglianza scambiata per diversità, riesce a seguire il passo dell’altro. Bruno rimane una costante nella vita di Pietro, senza che lui lo sappia. Quando ormai adulto abbandona Grana e Milano per cercare di costruire la propria indipendenza, l’amico e i suoi genitori tengono fede alle abitudini passate e la ciclicità della montagna e dei suoi abitanti non viene spezzata dall’assenza del protagonista, che comunque vi farà ritorno.

Pietro è l’elemento dinamico, uomo del nostro tempo, che nei viaggi e nei nuovi incontri cerca di dar pace al suo bisogno di irrequietezza, trovando però in Bruno la sicurezza e il piacere del ritorno. Uno è il pendolo che si muove senza sosta, l’altro il perno attorno a cui costruire un intero ingranaggio. «Avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?» chiede un anziano nepalese a Pietro. Cognetti non ci dà una risposta, ma ci racconta di un’amicizia che trova un senso nelle sue differenze.

Le otto montagne ha i tratti di una favola nostalgica e agrodolce, dove rivediamo molto dei precedenti personaggi di Cognetti e di quella certa smania che li contraddistingue. Un romanzo dalla scrittura asciutta, ritmata, di chi è abituato a camminare, accelerando e rallentando quando serve.

Non perdetevi il prossimo appuntamento con la rubrica sul Premio Strega: si parlerà de “Il Senso della Vita” di Nicola Ravera Rafele.

A cura di Francesca Bonfanti

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