Torniamo a parlare di Premio Strega, e torniamo a farlo dopo la proclamazione della cinquina dopo la nostra rececensione di Un’educazione milanese. Nella foto di rito fatta dopo lo spoglio dei voti c’è anche Wanda Marasco, che si presenta con un sorriso contenuto, un’espressione quasi materna, uno sguardo che sembra trattenere qualche pensiero, e la testa chinata verso destra che pare seguire il movimento di Alberto Rollo, al suo fianco. La sua gioia pacata si sposa con una sorpresa che, forse, ha colto più chi attendeva i risultati della prima votazione, rispetto a chi ha letto la nuova fatica dell’autrice.

La compagnia delle anime finte, infatti, segue il percorso cominciato tracciando la vita di Vincenzo Gemito ne Il genio dell’abbandono e, se quest’ultimo è rimasto fermo alla dozzina, con il nuovo romanzo l’arrivo in cinquina non era pronosticabile (le vie dell’editoria sono infinite), ma era auspicabile, ed è bello che ci sia riuscito con 175 voti e un terzo posto che senz’altro ha riempito d’orgoglio il suo editore, Neri Pozza.

Si chiamava Vincenzina Umbriello e aveva portato questo nome come un boato nella casa sul vico Unghiato, al terzo piano del civico 53.

Perché ho citato Vincenzo Gemito, quando i protagonisti di questa storia sono persone qualunque, più o meno benestanti, più o meno ai ferri corti con il mondo, più o meno acculturati? Perché se anche nel suo primo romanzo la Marasco descriveva una vita straordinaria, in questa seconda opera si riescono a trovare distillati tutti i temi che l’autrice aveva già cari: il turbinio interiore, anche delle menti che si vorrebbero definire semplici; il trattamento della follia, vera o presunta; le sofferenze del popolo, il dolore delle scelte fatte per andare avanti, le figure che si intravedono ai margini; Napoli e le sue strade, e un dialetto che diventa lingua di emozioni che sembrano poter vivere solo in questa città, dove si possono esprimere attraverso le sue parole.

La lingua della Marasco, infatti, è un italiano reso vibrante dalle espressioni partenopee, con un lessico comprensibile anche a chi, come la sottoscritta, non è solito sentire, né parlare, questo dialetto. Tuttavia, la quantità di termini ed espressioni è sicuramente molto più contenuta rispetto a Il genio dell’abbandono, rendendo la lettura più fluida (e non è impossibile che anche questo abbia portato a un maggior gradimento e, quindi, a più voti).
La storia, più che avere una trama tradizionalmente intesa, è costruita secondo una struttura a episodi che intreccia piani temporali diversi (secondo la linea matriarcale prima di Adelina, poi di Vincenzina, infine di Rosa), si forma affidandosi alle figure che questa lingua riesce a costruire, dando vita a una scrittura barocca i cui fregi e dettagli sono i sentimenti dei personaggi che si alternano sulla scena. È una storia che si sviluppa come un albero, forte e robusto, e pur raccontando sempre la storia di Rosa, di sua madre Vincenzina, di sua nonna Adelina – il tronco, per rimanere in metafora – ogni tanto la penna segue per un momento alcuni rami erranti e sparsi, raccontandoci così la vita nel vascio dove le donne di questa storia hanno vissuto, e le famiglie da cui provengono. Uno spaccato in cui le anime finte del titolo, della copertina che sapientemente vira in bianco e nero un ambiente che siamo abituati a pensare colorato, vengono presentate con vera com-passione dalla Marasco, tant’è che per quanto molti commettano atti odiosi, talvolta efferati, non si odia mai nessuno: sono tutti come rampicanti che si tengono stretti alla vita, ognuno come può.

Il dottor Maiorana non riesce mai a contrastare la moglie fino in fondo. Ha il sentimento antico del matrimonio e della pazienza da spenderci dentro. Crede che Lisuccia sia la coperta del suo corpo e che sotto le parole ne nasconda altre più ansimanti e mormorate.

Ci troviamo di fronte alla prossima vincitrice dello Strega (e sarebbe solo l’undicesima su settantuno edizioni)? I concorrenti in gara sono forti, e tutto dipenderà da come verranno ridistribuiti i voti che sono andati ai titoli ormai fuori gara; e, per quanto questo libro sia molto bello, chi vi scrive pensa che forse avrebbe meritato un riconoscimento maggiore Il genio dell’abbandono. Tuttavia, Wanda Marasco ha confermato di essere una penna matura, che si conosce bene, che sa trovare modi per descrivere il quotidiano tali da renderlo nuovo, da presentarlo in una luce diversa. E questo sapranno riconoscerlo tutti i lettori, con o senza Strega.

a cura di Camilla Pelizzoli

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