Un’edizione senza infamia e senza lode. Lenta, afona. E dovevamo capirlo dal red carpet che le sorprese della 91sima edizione dei Premi Oscar sarebbero state pressoché negative. Dall’omaggio a Suspiria in quel latex rosso di Rachel Weisz, all’Alexander McQueen di Gaga che perdoniamo solo per i 30 milioni che portava al collo.

Sipario

Aprono le danze (letteralmente) i Queen con Adam Lambert sulle note di We are the champions, anche se di campioni, escludendo qualche rara eccezione, se ne vedranno pochissimi nelle ore successive.

A prender la parola sono le meravigliose Amy Poehler, Tina Fey e Maya Rudolph che restano sul palco del Dolby Theatre troppo poco e incoronano Regina King come miglior attrice non protagonista. Lei inciampa nel fastidiosissimo strascico bianco e Captain -Chris Evans- America l’aiuta a salire le scale.

Los Tres Amigos

Guillermo del Toro, Alejandro González Iñárritu e Alfonso Cuaron. In sei anni los tres amigos sono riusciti a portarsi a casa cinque statuette come miglior regista. Ad aprire le danze, nel 2014, Alfonso Cuaron, che ieri sera oltre al premio come miglior regista ha portata a casa anche quello di miglior fotografia e miglior film straniero. Che Roma fosse La Favorita dell’Academy era chiaro. Che sia il film padre della carriera di Cuaron non c’è dubbio. E pensare che nessuno voleva produrlo. E alla fine è arrivata Netflix. E alla fine ha vinto tutto quello che doveva vincere.

La tecnica, la Marvel e Rami Malek

Miglior scenografia, costumi e colonna sonora. Tripletta per Black Panther della Marvel che forse dei tre si meritava solo quello della colonna sonora. Ma onore al black power, ai supereroi che salveranno il mondo e, soprattutto, il botteghino.

Il miglior montaggio e montaggio sonoro se li aggiudica Bohemian Rapsody e forse è giusto così. O forse no. È sicuramente giusto che la statuetta del miglior attore protagonista

Sia finita nelle mani di Rami Malek. Lui che bacia la bellissima Lucy Boynto, compagna di set e di vita e sale sul palco per ricordare al mondo che è figlio di immigrati egiziani, americano di seconda generazione, non una scelta ovvia ma che ha funzionato. E ha funzionato benissimo.

Ho sognato di pugnalarvi negli occhi

Colpo di scena. Settima nomination per Glenn Close.

Un premio che si meriterebbe non tanto per il ruolo in The Wife quanto per la carriera. Eppure.

Eppure, a trionfare su “la favorita” è Olivia Colman proprio per il suo ruolo nel capolavoro di Yorgos Lanthimos. La sua regina Anna è da storia del cinema. E il discorso fa un baffo alla Valeria Bruni Tedeschi dei David 2017. Si scusa con Glenn e saluta Gaga.

Lady Gaga

Gaga che canta, Gaga che recita, Gaga che balla, Gaga che bacia, Gaga che sorride, Gaga che piange. Gaga che qualunque cosa faccia, le si vuole bene.

È (ri)nata una stella.

La miglior canzone è sua (e di Mark Ronson e altri due amichetti gentili lì sul palco con loro) e non poteva essere altrimenti. E lei è felice così, così tanto da piangere. E ricordare al mondo che su quel palco ci si arriva lavorando e non smettendo mai di credere nei sogni.

Shallow la canta al piano, senza mai staccare gli occhi di dosso da Bradley Cooper. E il duetto rientra tra i migliori di sempre. E noi, come lei, piangiamo.

E gli altri?

Miglior documentario a Free Solo. Nulla da dire.

Trucco a Vice.

Effetti speciali a First Man.

Film d’animazione a Spider-Man: un nuovo universo che è bello, bellissimo, fresco, brillante e tagliente.

E alla fine?

Alla fine, Spike Lee, in viola, vince la miglior sceneggiatura non originale e abbraccia il buon Nick -Samuel L. Jackson- Fury e il grazioso Green Book si porta a casa la statuetta delle statuette come miglior film, che va ad aggiungersi alla miglior sceneggiatura originale e al miglior attore non protagonista (Mahershala Ali)

Corretto? No.

Buonista? Molto.

 

A cura di Nicolò Bellon

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