“POSSIAMO FARE A MENO DEI PARTITI POLITICI?”

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a cura di Stefania Fausto e Giulia Corti

In occasione della pubblicazione del libro di Damiano Palano, Partito, insieme all’autore, il 15 ottobre nell’aula Maria Immacolata dell’Università Cattolica, il filosofo Massimo Cacciari e il professore dell’Università di Bologna, Piero Ignazi hanno discusso su uno dei temi più controversi negli ultimi anni ma che presenta radici molto più remote: “Possiamo fare a meno dei partiti politici?”

Il titolo ci fa rimbalzare nella mente le notizie di attualità che siamo abituati a sentire da molto tempo: Grillo e la sua negazione radicale dei partiti, la corsa verso nuove primarie del PD, l’incertezza nel PDL; ma anche il calo del consenso e il disinteresse dell’opinione pubblica per la politica in generale. Ed è proprio delineando la configurazione dei partiti politici oggi che apre il dibattito il professore Ignazi.

“Nelle democrazie mature dei Paesi dell’UE si ha una cattiva considerazione dei partiti politici”, sottolinea la negatività della considerazione non presente solo nella dimensione italiana, ma a livello internazionale. Si ha quasi un rigetto per i partiti politici, oggi incapaci di canalizzare le domande della società e di fornire risposte adeguate.20131015_155537

“I partiti politici dovrebbero essere più funzionali, non sono più in grado di essere in sintonia con la società post-industriale”, Ignazi sostiene che i partiti sono figli della società industriale ma non si sono adattati ai cambiamenti della società. I partiti sono nati nei primi decenni del Novecento quando, per una serie di contingenze storiche, nasce la necessità di ascoltare le “masse”: vengono coinvolti migliaia di iscritti, si aprono sezioni nella maggior parte dei comuni e il tutto è alimentato da un potente fervore ideologico.

“Raggiungono il massimo sviluppo e la massima legittimazione negli anni ’50, «periodo d’oro» per i partiti, in quanto si fanno portatori di un’immagine positiva, di stima e considerazione per il fatto di essere quel fattore che esemplifica la fine dei totalitarismi”. Ma i partiti di oggi non hanno saputo camminare accanto all’evoluzione sociale e sono rimasti un passo indietro entrando così in crisi. “Essi hanno iniziato a trasformarsi silenziosamente, – sottolinea Ignazi – ma senza nessuna teorizzazione e consapevolezza della necessità di adeguarsi al cambiamento della società. Non possono essere più isomorfi a come erano prima”.

Per questo vengono al pettine molti dei nostri problemi quotidiani: l’abbandono del territorio, l’incapacità di recepire le domande della popolazione e di dare risposte adeguate. E uno dei fattori più grande della crisi: la penetrazione nello stato. I partiti diventano sempre più stato-centrici “andando ad assomigliare a delle agenzie pubbliche che vivono solo per solo per funzioni svolte per lo Stato, per esempio l’organizzazione delle elezioni”.

L’autoreferenzialità partitica ha portato i partiti a essere staccati e distaccati dalla società e perdere così la loro funzione originaria di ponti fra cittadini e istituzioni.20131015_155605 Da parte dei partiti si hanno dei tentativi per “ri-legittimare” la propria funzionalità attraverso l’apertura e la trasparenza, anche se non ancora efficaci. Ignazi conclude che nonostante tutto, non si può fare a meno dei partiti politici come garanti di mediazione tra l’istituzione e il singolo cittadino, anche perchè come alternativa ci sarebbe quella di eliminare le elezioni e sorteggiare i cittadini ritornando all’antica Grecia, ma sarebbe una soluzione anacronistica e non del tutto realizzabile.

Dopo l’introduzione del professore Ignazi, il microfono passa a Massimo Cacciari che presenta il punto di vista della filosofia: “La modernità ha posto all’origine dell’idea di democrazia la necessità di rendere produttivo il conflitto”. Il conflitto inteso alla Machiavelli non è negativo ma deve essere istituzionalizzato a livello politico per mezzo dei partiti che “assumono positivamente il conflitto” trasformandolo in dibattito, pluralismo, battaglia di idee, confronto elettorale. Se dunque queste organizzazioni hanno un’origine nobile, le ambiguità restano.

La grande trasformazione sociale non è stata interiorizzata nei partiti e nelle democrazie moderne questi sono stato-centrici per natura, sono corpo e sangue dello Stato. Cacciari sottolinea la profondità del problema: “La crisi è innanzitutto dello Stato: le decisioni importanti avvengono a livello sovranazionale”. I partiti nazionali sfuggono a questi meccanismi, dai movimenti della finanza e del mercato a quelli della politica e della “molteplicità della moltitudo”, le grandi associazioni che fanno leva sull’opinione pubblica. “Il rischio è che non solo i partiti non sappiano intercettare i bisogni dei cittadini, ma che non possano più farlo”.

Ai politici si chiedono quindi competenza e potere per realizzare la ragion d’essere della democrazia: creare condizioni di uguaglianza e progresso. Non sembra esserci quindi nessuna alternativa. Il partito politico ha la sua essenza in un’epoca che ormai si è conclusa e i suoi eredi di oggi non hanno saputo finora adeguarsi ai profondi cambiamenti della società.
Una possibilità di riscatto potrebbe essere la sfida di creare partiti europei: un nuovo orizzonte, nuovi stimoli, ma comunque tante incertezze.

“Il senso della democrazia è lo sviluppo: che i giovani stiano meglio dei padri” ci ricorda Cacciari. Se oggi ci fosse la certezza del contrario, forse la democrazia avrebbe perso la sua vera funzione. E come scrisse Josif Brodskij: “Un uomo è ciò che ama. Ecco perché l’ama: perché lui ne fa parte”, l’uomo occidentale fa parte di una democrazia, è nato e cresciuto con essa e per questo, amandola come una madre, non si rassegna lasciandosela portare via.

Per saperne di più:
– Breve storia dei partiti politici italiani –

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