Panic! at The Disco @ Fabrique (Milano)

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Venerdì 4 novembre si è tenuto al Fabrique l’attesissimo ritorno nel nostro paese dei Panic! at The Disco, band pop-rock lanciata nel 2005 che ci ha fatto visita per l’ultima volta nel 2013. I fans più affezionati e i nuovi arrivati non se lo sono fatti ripetere due volte, accaparrandosi tutte le prevendite disponibili e facendo registrare un sold-out in poco più di una settimana.

E sono stati proprio i fans a movimentare il tutto: tanti gli accampati in coda davanti al locale, già dalle prime ore del mattino. Se volevi goderti il concerto da una posizione relativamente avanzata, insomma, dovevi iniziare ad accodarti al massimo nella tarda mattinata; e usare un po’ di astuzia, se ne capitava l’opportunità. Le porte si sono aperte poco prima di quanto previsto, verso le 18:45, e la fila ha iniziato a scorrere e riempire il Fabrique, portando con sé i primi ovvi malori tra le ragazze più giovani e i tanti paladini della giustizia a suon dei loro “non spingete!”.

Ore 20:30, salgono sul palco 5 curiosi tipi che si presentano come i Tigertown, band australiana electro-pop capitanata da un’estremamente carismatica e sicura di sé giovane cantante dai capelli violacei. Intrattengono (efficacemente) il pubblico per poco meno di mezz’ora, scaldandolo a dovere e scrollandogli di dosso il freddo di novembre. I ragazzi hanno presentato il loro nuovissimo EP “Papernote” e il loro lavoro precedente “Lonely Cities“, entrambi pubblicati dall’Atlantic Records. Se vi piacciono le sonorità di Børns (che ha curato un loro remix) o dei Royal Teeth, dovreste dare un ascolto anche a questo loro. Live sono davvero magnetici e intrattenenti.

Poco prima delle 21:30, finalmente, le luci si spengono, i musicisti salgono sul palco e in lontananza si sente un “Como stai?” pronunciato dall’inconfondibile voce del frontman dei Panic!, Brendon Urie. Quest’ultimo si abbatte come un uragano sul palco avvolto da un’elegantissima giacca rossa sulle note di “Don’t Threaten Me With a Good Time”, uno dei singoli estratti dal loro ultimo album “Death of a Bachelor“, pubblicato lo scorso gennaio dalla Fueled By Ramen, la casa discografica dei Fall Out Boy. La scaletta mescola pezzi dai loro quattro album – da “Time To Dance” a “Ready To Go”, passando per “The Ballad of Mona Lisa”, “Miss Jackson” e le nuovissime “LA Devotee” e “Emperor’s New Clothes” – negligendo un po’ il loro secondo lavoro “Pretty. Odd.” (caratterizzato da sonorità psichedeliche e Beatles-inspired che è anche quello che ha venduto meno copie della loro discografia) e le tante – belle – ballate; la più grande pecca è stata proprio che in setlist mancava un momento più slow e introspettivo, tutti i momenti erano adrenalinici ed è stato un peccato. L’esibizione più ‘commovente’ è forse stata la loro reinterpretazione di “Bohemian Rhapsody” dei Queen, presente in scaletta da tempo e registrata quest’anno per la colonna sonora di Suicide Squad.

Brendon, unico rimasto dalla formazione iniziale della band, è un intrattenitore rodato, ormai, e non ha dubbi su come imbonire e conquistare il suo pubblico: sono due i backflips con cui incanta tutti, poi i corretti a suon di “stronzo” (“Mi hanno detto che vuol dire ‘bello’, me lo dicono da quando sono arrivato in Italia, dovremmo dirlo a tutti, non pensate?”) e il ringraziamento per la fan-action organizzata dal fandom italiano (dei fogli con su scritto “Italian Sinners sing Hallelujah” alzati durante il ritornello di “Hallelujah”, il singolo di lancio dell’ultimo album).
Chiusura in pompa magna con “I Write Sins Not Tragedies” – un evergreen ormai -, “This Is Gospel” e “Victorious”, tutte rigorosamente senza maglietta.

Ce ne andiamo dal Fabrique estremamente soddisfatti; lo spettacolo è valso tutte le ore di attesa passate in coda al freddo e l’adrenalina che abbiamo in corpo durerà ancora per una quantità indefinita di tempo. Abbiamo sperimentato anche noi uno dei “Golden Days” di cui Brendon scrive nel loro ultimo lavoro.

A cura di Fabio Scotta

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