On stage: The Juniper Tree @ Elfo Puccini

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On stage: The Juniper Tree @Elfo Puccini

Mia madre mi ha ammazzato, 

nel vino mi ha cucinato.

Mio padre mi ha mangiato

e mia sorella mi ha dato

con cura sotto il ginepro

una degna sepoltura.

Cippi cì, guarda qui, 

son l’uccello che canta ogni dì.

Il Teatro Elfo Puccini porta in scena The Juniper Tree, dal 3 al 21 maggio.

La storia è tratta dall’omonima fiaba dei fratelli Grimm, anche conosciuta come My mother slew me; my father ate me: chiunque conosca i Grimm, anche solo di fama, può già facilmente intuire il macabro e l’orrore in cui la storia mette radici.

La regista Elena Russo Arman è riuscita abilmente a riportare queste sensazioni a teatro: la scena si apre su di una scenografia lugubre, al cui centro domina un alto albero di ginepro, con i suoi rami scheletrici che si protendono come braccia. Sotto di lui una tomba, luogo di ritrovo dei due bambini protagonisti, Marilena (Maria Caggianelli Villani) e Cippi, che si rifugiano lì per sfuggire ad un padre assente e ad una madre alcolizzata.

Questo quadro sembra fin troppo comune, ma ciò che attira l’attenzione è che uno dei bambini, il figlio della madre sepolta sotto il ginepro, il figlio odiato dalla nuova matrigna, sia un pupazzo (e non è il solo, durante il corso dell’opera incontrerà infatti un mercante di gioielli e un collezionista di accessori di nicchia che gli porgeranno regali per le sue doti canore). Prima di calarci completamente nell’atmosfera magica, seguiamo la ripida discesa che vi ci condurrà: la trama si muove e prosegue grazie al personaggio della matrigna (interpretata dal bravissimo Lorenzo Fontana), mosso dall’odio e dal rancore, misero nella sua infelicità, che sfoga ogni sua frustrazione sul figliastro, fino a ucciderlo.

Cippi infatti è un ventriloquo, come suo padre, e si muove per mezzo della madre morta, interpretata dalla stessa regista, giocando così su quel rapporto madre-figlio che la matrigna tanto detesta.

Questo adattamento stilistico, oltre ad essere realizzato in maniera magistrale, suggerisce con efficacia il tratto ambiguo e angosciante delle trame dei fratelli Grimm; il tutto associato alla brillante interpretazione degli attori che hanno saputo ricreare un dialogo spontaneo e sinergico anche con gli stessi pupazzi.

Il canto di Cippi (di cui il ritornello a inizio articolo), diventa un’ossessione per la matrigna che inizia  a sentirsi sempre più in colpa per l’atto compiuto, fino ad impazzire. Vediamo così un Lorenzo Fontana calcare la scena in preda alla frustrazione e al senso di colpa più totali. L’attore ha interpretato in modo minuzioso e con una grande energia empatica le fasi del completo ripiegamento del soggetto intrappolato nel senso di colpa e da questo immobilizzato, denotando una grande capacità di presa del palco.

Oltre alla bravura degli interpreti, un occhio di riguardo va alla scenografia che divide il palco tra il bosco con l’albero di ginepro, tanto amato dai bambini, e la casa (nello specifico la cucina) dove la matrigna si sente relegata a pulire inutili bottiglie di vetro della distilleria del marito (la Juniper Tree Distillery, appunto). La scena viene accompagnata da giochi di fumo e da un sonoro molto efficace, a rievocare la sensazione di sospensione e mistero che lega il bambino alla madre e che converge nella canzone finale che lascia in testa, una volta conclusasi la performance, un ritornello inquietante sia per il testo che per il modo in cui questo viene interpretato (vocalizzi e sghignazzi).

Si conclude così lo spettacolo, lasciandoci in sospeso e con un certo senso di angoscia. A questo punto non possiamo far altro che chiederci quanto una favola nasconda il reale e quanto sia metafora di un presente caratterizzato dall’inspiegabile crudeltà dell’uomo sia verso se stesso che verso gli altri.

A cura di Raffaella Mottana e Elisa Zampini

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