On stage: Il ring dell’inferno

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Ne “I sommersi e i salvati” a proposito di chi è sopravvissuto all’orrore dei campi di concentramento, Primo Levi dice: «i “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie, ovvero i più adatti; i migliori sono morti tutti».

Hertzko Haft, alias Herry la Bestia, è sopravvissuto ad Auschwitz combattendo come pugile contro altri prigionieri in scontri all’ultimo sangue per divertire delle SS. La conclusione apparirebbe semplice: Herry è un salvato, Herry è uno dei peggiori.

Con Il Ring dell’Inferno, al Teatro Libero di Milano tenta di ribaltare il verdetto su Haft, raccontandocene la storia, dall’infanzia nei borghi Belchatow, in Polonia, alla detenzione ad Auschwitz, fino al suo ultimo incontro, nel 1949, con Rocky Marciano. Una storia a tinte forti, che affonda le sue radici nel momento più buio d’Europa, e che ci racconta della lotta all’interno di due perimetri recitanti, quello del ring e quello di Auschwitz.

La lotta come metafora della vita ma non solo. Pregio de Il Ring dell’Inferno è rifiutare ogni forma di pietismo o di ripiegamento su di sé: la sua è una poesia cruda e feroce, ma che conosce anche una gran varietà di noi. Questa è garantita dalle diverse voci che danno corpo alla storia, da quella più matura di Ettore Distasio, a quella più energica e nervosa di Ermanno Rovella, fino al tocco lirico e femminile di Giulia Pes. Un prisma in grado di riflettere diverse sfaccettature della stessa storia, senza dissolverla però in un relativismo di prospettive ma anzi approfondendola, facendo addentrare lo spettatore nella grande ferita dell’Olocausto.

Merito anche della drammaturgia di Antonello Antinolfi e Giulia Pes, nonché della regia di Francesco Leschiera, che utilizza un gran numero di strumenti registici mixando abilmente stralci di documentario e registrazioni e proiezioni video (a cura di Dora Visual Art), con la nota attenzione di Teatro del Libero per lo spazio scenico, semplice e versatile ma in grado di grandi implicazioni simboliche (una menzione speciale va al fondo di ghiaia che ricopre il palco, che crea un effetto visivo e acustico che riporta alla mente le immagini polverose dei campi di concentramento).

Il risultato è uno spettacolo energico, crudo fino alla violenza ma è proprio quest’ultima, filo rosso che collega le strade di Belchatow al ring passando per Auschtwitz, a salvare lo spettacolo da qualsiasi ricaduta retorica, imponendosi come tema dominante dell’opera: la violenza dell’ideologia nazista, la violenza della lotta per la vita, la violenza tra le mura di casa e la violenza come forma di intrattenimento.

Eppure, è la violenza della speranza l’ultima ad avere la parola, la violenza che non permette nemmeno al più grande degli orrori di metterla a tacere. Ed è questa, forse, quella a sferrare il montante più feroce.

A cura di Nicolò Valandro

 

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