Verba volant, scripta manent, ovvero, contrariamente alla vulgata, la scrittura rimane inerte se non è vivificata dalla voce.

In questo decennio di scarsi vati – o di vati muti o ridotti al silenzio dall’imperiosa arretratezza della letteratura – appare quasi necessario che il Nobel vada ad uno storyteller famoso come il menestrello di Duluth. Al secolo Robert Allen Zimmerman, di esaltata tradizione letteraria – tanto da aver scelto un nuovo nome in onore del laureato Dylan Thomas.
Appare necessaria questa scelta dopo decenni lunghissimi di sdoganamento della cultura pop attivo in tutto l’occidente: entrando all’improvviso in un qualsiasi liceo italiano e chiedendo a bruciapelo “qual è il miglior poeta italiano del ‘900?” le classi intere risponderanno candide “de André”.

È difficile criticare il valore letterario di un cantante senza correre il rischio di discuterne anche il valore musicale. Senza perdersi in confronti sterili ed arbitrarii tuttavia i testi di Bob Dylan appaiono tanto efficaci in forma canzone quanto scarsi senza la musica a sostenerli. Alcune delle sue opere (sic) più complesse possono benissimo reggere il confronto con lodate e lordate poesiole, ma non tanto da fargli meritare il timbro del canone di Mamma Letteratura.

Verba volant, scripta manent – in questi tempi di vati afoni la scelta potrebbe sembrare una provocazione nei confronti di una letteratura che sta perdendo la presa con il grande pubblico, il contatto con la realtà e la voce vivificante del poeta cantante o declamatore; e proprio ora Mamma Letteratura cede al grande pubblico e finalmente, con uno sfogo impulsivo da angoscia trattenuta, si sbraga in una lode sempre repressa scoppiando in lacrime davanti al proprio figlio bastardo.

La motivazione ufficiale è “per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana”, e la sensazione è che si vogliano premiare, con il simbolo mondiale della schiera dei cantanti, tutti i minori menestrelli di altre lingue e nazioni che non hanno avuto la fortuna di un’America. L’intenzione è quella di conferire ufficialmente una dignità culturale a qualcosa che è sempre stato decantato a mezza bocca, come a parlar di puttane in chiesa.

Rimane il fatto che, della gran loda, non ce ne fosse bisogno. Le canzoni rimangono scarse poesie a leggerle, è vero, ma non è questo il punto – ricordiamoci che nella motivazione si cita la storia della “grande canzone americana”. Il punto centrale è che sono le canzoni stesse, tutte insieme e con poco discernimento, a salire sul podio della letteratura – come un podio non lo avessero già.
Questo “sfondamento di campo” non è un crisma sulla testa dei cantanti, bensì certifica la sconfitta spaventosa, secolare ed eterna della letteratura in quanto tale – in quanto Arte, verrebbe da dire.

Questa scelta, apparentemente molto coraggiosa, è in realtà dettata dalla vigliaccheria e dalla mancanza di inventiva nello scovare i grandi scrittori, i grandi poeti e i grandi saggisti o filosofi che nel mondo esistono e prosperano accanto a noi, perdendo l’occasione di certificare dinanzi al mondo che i grandi autori non vendono, che hanno meno autorità di un’icona popolare generata per metà dalla legenda aurea dei nostri tempi. Il gusto della canzone rimarrà per sempre un gusto diverso dal sapore lento e muschiato della letteratura, legato più alla rapidità e al mercato che non al mondo povero – intrinsecamente povero come lo era il teatro di Grotowski – delle parole scritte e ruminate in solitaria.
Il gusto della canzone è un gusto meno complesso, meno noioso, dotato di più malizia e meno facilità, cui non bisogna tentare di togliere o aggiungere niente: letteratura e musica pop sono due cose diverse, quasi quanto letteratura e letteratura pop.

È sbagliato tornare a citare Omero per paragonarlo a Bob Dylan. La differenza non è solo formale ma ontologica: mai dimenticare che ogni giudizio dipende dalla cultura, dalla funzione, dal mondo in cui la performance e l’arte si sviluppano. Tutto uguale a tutto, il simile identico al simile: la globalizzazione retroattiva.
Inutile chiedersi, in questo momento e in questa scarsa pagina, a cosa sia dovuto l’abbassamento del livello universale – forse il secolo delle democrazie ha trascinato con le proprie benedizioni il concetto che ogni cosa, non solo la politica, sia valutabile in base al gradimento universale o alla maggioranza.

Quello che conta è che il tredici ottobre ’16, senza voler essere apocalittici, la Letteratura di poeti annoiati e spremuti, dei saggisti, dei matti e disperatissimi cesellatori di parole, dei romanzieri barbosi e incomprensibili – forse l’unica forma d’Arte antica disponibile, abbia ufficializzato l’inizio della propria eutanasia per propria stessa mano, forse per pietà, forse per sopraggiunta infermità mentale.

A cura di Giovanni Peparello

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