«Ho cominciato rimanendo a casa da solo tutto il giorno. […] Ti annoi e pensi “adesso potrei anche strafarmi e avere un trip proprio qua nella mia stanza”».
Mac Miller non è, certamente, il primo artista ad essere morto di overdose. In realtà, non è stato nemmeno l’unico artista ad essere morto di overdose durante l’ultimo anno. La polizia l’ha ritrovato senza vita nel suo studio di Los Angeles: una banconota da 20$ arrotolata in tasca, un iPad con strisce di polvere bianca sullo schermo e una bottiglia posata su un tavolo vicino.
Ad essergli stato fatale è proprio questo ultimo cocktail di cocaina, fentanyl e alcool: certo, non esattamente un esito inaspettato – soprattutto quando si parla di un artista con una documentata storia di abuso di droghe e di alcolismo –  ma la scomparsa di Mac Miller ha squarciato una ferita immensa al cuore dell’attuale scena hip-hop americana.
La sua morte ha portato alla ribalta la conversazione sulla salute mentale delle celebrità e su quanto lo star system hollywoodiano influenzi negativamente la vita di questi artisti che, nella maggior parte dei casi, ricevono il primo assaggio di fama ancora da ragazzini.
Per noi persone “comuni”, l’anonimato è un concetto dato per scontato; per un artista di fama mondiale, poter camminare per le strade del centro della propria città senza essere fermato dal primo che passa per un selfie e una stretta di mano, è un privilegio: non è nemmeno necessario scomodare altre illustri figure del calibro di Prince, Whitney Houston e Amy Winehouse per dimostrare che la celebrità è più una maledizione che un dono. Non dovrebbe, quindi, sorprendere che tale condizione possa facilmente attirare sin da sempre gli artisti più fragili a trovare conforto nell’alcool e nelle droghe. Eppure, sembra quasi che l’America – e Hollywood in particolare – si stia accorgendo solo oggi del collegamento tra fama, salute mentale e abuso di sostanze che ha condotto e conduce tutt’ora parecchie celebrità al famoso “Club dei 27“.
«Date pure la colpa alle droghe e non a me che vivo ogni giorno nel peccato […] Tutti mi dicono che ho bisogno di andare in riabilitazione […] Non vogliono che io vada in overdose e andare da mia madre a dirle che avrebbero potuto fare di più per salvarmi»

A più di un mese dalla morte di Mac Miller, i fan, i critici e la stampa musicale intera si sono mobilitati per trovare nei suoi testi qualche significato nascosto, un ultimo grido d’aiuto lanciato attraverso le sue liriche che facesse chiarezza su questo ennesimo caso di overdose di un artista tanto pieno di talento quanto tormentato dai suoi demoni, dalla sua fragilità e dalla sua insicurezza. Ed ecco che su Twitter, Instagram e Facebook risorgono vecchie perle come “Perfect Circle/God Speed” del 2015: una traccia terribilmente introspettiva composta da due parti, in cui il rapper di Pittsburgh elenca con onestà brutale i suoi successi e i suoi fallimenti, gli alti e i bassi di una carriera tanto breve quanto intensa. Fa il suo giro sui social anche “Brand Name” – seconda traccia tratta da “GO:OD AM” – soprattutto per la chiusura della sua prima strofa, tristemente profetica a due mesi dalla sua morte: «spero di non unirmi al Club dei 27».

Poco prima della sua scomparsa, viene rilasciato Swimming – quinto e ultimo album di Mac – di cui le punte di diamante sono indubbiamente “Come back to Earth“, “What’s The Use?” e  “Self Care“.
In “Come back to Earth“, intro dell’album, se è vero che sono sempre presenti i temi della lotta personale dell’artista contro la sua depressione e la sua dipendenza, è anche vero che si apre una nuova prospettiva al rapper di Pittsburgh nel suo conflitto interiore: venire a patti con se stesso, accettare i propri demoni e affrontarli con un nuovo senso di speranza. Concetto ben elaborato dall’immagine evocata nel primo verso «in my own way this feels like living […] I was drowning but now I’m swimming».
In “What’s The Use?“, terza traccia di Swimming, a fare da protagonista sono sicuramente il beat prodotto da Pomo, la bass line di Thundercat e gli ad-lib di Snoop Dogg. Mac parla, ai microfoni di Zane Lowe, di come la base di “What’s The Use?” rifletta perfettamente il suo stato d’animo: «it’s a funky time in my life» dice durante la sua intervista per Beats 1 Radio. Una sorta di “Dang!” pt. 2 in cui Mac Miller pensa al rapporto coi suoi sentimenti, l’alcool e la sua carriera: i tre grandi temi della sua discografia.

Self Care, primo singolo tratto dall’album Swimming, è la chiave di volta per comprendere il significato del disco e il senso della nuova direzione in cui sarebbe andata la sua carriera se Mac non avesse perso la sua lotta con la depressione e la dipendenza che da tempo lo affliggevano. La traccia segue il circo mediatico che il rapper di Pittsburgh ha affrontato successivamente al suo incidente in auto in stato di ebbrezza, di cui si è reso protagonista nel Maggio scorso. Pochi giorni prima, aveva fatto notizia la rottura della sua relazione con Ariana Grande: il che ha ovviamente spinto TMZ & Co. a trovare un supposto collegamento fra i due eventi.

In “Self Care” si assiste alla presa di coscienza, da parte di Mac, dell’immagine che il pubblico ha della sua vita: la traccia è il coronamento del tema della realizzazione dei suoi ostacoli e del ritrovamento della forza di volontà per affrontarli, fil rouge che attraversa interamente Swimming e che trova qui la sua espressione.

Il senso di confusione che il rapper prova nel coro – «spending nights hitchhikin’, where will I go?» – e l’oppressione, evocata nella prima strofa, delle avversità che la vita ha posto lungo il suo cammino – «climbing over that wall […] swear the height be too tall, so like september I fall» – si dissolvono nella sua catarsi personale sintetizzata dal mantra “self care, I’m treating me right […] we gonna be alright», ripetuto a fine verso.

Swimming sarà probabilmente candidato ad Album of the Year ma una sua vittoria appare poco realistica: “Daytona” di Pusha-T, “Kids see Ghosts” di Kanye West & Kid Cudi, “Astroworld” di Travis Scott sembrano essere i preferiti dalla critica. Le stesse recensioni Pitchfork e Rolling Stone condividono un’osservazione comune: “non raggiunge picchi di grandezza ma connette l’artista al pubblico“, critica che riassume la breve carriera di Mac Miller: di sicuro non il rapper piu dotato tecnicamente né un artista trascendentale né un frontman impressionante, Mac è stato senza ombra di dubbio un talento che non ha avuto l’occasione di esprimersi al suo picco ma – nonostante questo – ha comunque incarnato lo stato d’animo di una fetta di questa generazione venuta a contatto con l’hip-hop nell’era post Slim Shady e si è fatto largo sul palco scenico della cultura hip-hop abbandonando lo stereotipo del “frat rap” per arrivare a pubblicare un album introspettivo, ragionato, sarcastico e autoironico ritagliandosi meritatamente un angolo di grandezza in un mondo in cui è entrato da outsider.

 

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