Lost Spring Songs è l’album di debutto di Grand Drifter, al secolo Andrea Calvo, piemontese di Acqui Terme che ha debuttato nel 2005 come tastierista e chitarrista per il tour italiano degli Yo Yo Mundi (Resistenza). Pubblicato lo scorso 12 ottobre per la Sciopero Records e realizzato in collaborazione con Paolo Enrico Archetti Maestri (produzione artistica), Dario Mecca (coproduzione, registrazione, editing e mixaggio) e Alessandro Ciola (masterizzazione), l’album conta sulla partecipazione di svariati artisti di spalla e propone 12 tracce ispirate all’immaginario folk-pop della musica d’oltremanica anni ‘60. A un mese appena dalla release ufficiale, il progetto ha già fatto parlare di sé e noi di VOX non abbiamo saputo trattenerci dal proporvi questo new artist a dir poco singolare.

Per intenderci fin da subito, Grand Drifter è una mosca bianca. Saturnina e vibrante, la sua musica si distingue tanto da quell’indie di cui il panorama italiano è ormai saturo quanto dal revival anni ’80 che caratterizza molto della produzione internazionale di questo decennio.

Ma quello che a prima vista può sembrare un suicidio artistico annunciato – richiamarsi alla vena più intimistica dei Sixties sul finire del 2018, cantando in inglese nel grigio della periferia piemontese – si rivela al contrario un’operazione efficace in virtù del talento e della sincerità di Calvo. Simile per atmosfere e vocalità al Sufjan Stevens di Mystery of Love”, le sue “canzoni fuori dal tempo” non si cercano tanto di imitare lo stile dei grandi del passato quanto di intessere un dialogo attivo con gli ascolti personali dell’autore. Tra i principali riferimenti troviamo i Beatles del White Album, a cui rimandano le armonie instabili e vibranti, la grande tradizione della folk music americana, da Phil Ochs a Elliott Smith, e la melodie raffinate e insieme orecchiabili di Paul Simon. Molto interessante la varietà timbrica dei pezzi, in cui l’amalgama di mezzi elettr(on)ici e tradizionali dà vita a paesaggi sonori equilibrati e mai banali.

Ed è proprio attraverso il prisma dell’equilibrio che conviene leggere la produzione di Andrea Calvo. Un bilanciamento continuo, o una tensione tra opposti vibranti, come ben indicato dall’acrobata in copertina o dal nome stesso del progetto (“drifter” è il vagabondo, lo straniero, ma anche colui che oscilla ondeggiando). L’album è autunnale, ma racconta di primavere perdute; i brani sono detti “in minore”, ma alludono continuamente alla luminosità del maggiore (Circus Days, ma anche Silent Brother); la vitalità è presente, l’energia palpabile, seppur sfumata dalla lente del ricordo. Si ascolti “The Ballon’s Boy”, che apre e chiude l’album in reprise, in cui un arrangiamento essenziale sorregge una melodia che commuove senza mai farsi melensa; o la vigorosa Untitled Waltz”, che sa essere insieme seducente e melanconica come ogni valzer che si rispetti.

L’artista ci parla di emozioni che si approssimano senza mai venire a fuoco, pur non negando alla musica un vigore e una passionalità quasi da rock old school (“Junkyard”, “Flesh and Bones” e “The Way She Knows”). A ciò si aggiungano le qualità vocali di Calvo, la sua eleganza lirica e compositiva, nonché la sua capacità di realizzare un lavoro che è insieme organico e articolato. Per tutte queste ragioni “Lost Spring Songs” si presenta come un ottimo album d’esordio, di cui raccomandiamo un ascolto attento e non superficiale. Ma soprattutto consigliamo di tenere d’occhio Grand Drifter, la cui sensibilità “d’altri tempi” potrebbe riservare non poche sorprese in futuro.

A cura di Gabriele Cavallo

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