Mute” è il film di Duncan Jones, figlio di David Bowie, rilasciato sulla piattaforma streaming di Netflix il 23 febbraio.

Il film è ambientato nel 2051 in una Berlino che ricorda tanto la Los Angeles di “Blade Runner” e segue le vicende di Leo (Alexander Skarsgård), barman affetto da mutismo che si trova ad indagare sulla scomparsa della sua fidanzata. Nella speranza di ritrovare l’amata, Leo dovrà immergersi nel sottobosco criminale berlinese del quale fanno parte individui pericolosi come i chirurghi Cactus (Paul Rudd) e Duck (Justin Theroux) che cercheranno di ostacolare l’indagine per tutelare i loro interessi legati ad un affare con un gangster locale.

La pellicola per quanto richiami la fantascienza distopica, a partire dal design retrofuturista, non appartiene al genere in quanto non vengono delineati gli aspetti socio-politici, se non per qualche breve accenno distaccato dai protagonisti e la tecnologia di questo mondo non è d’avanguardia, non è nemmeno troppo evoluta rispetto a quella attuale ed è finalizzata esclusivamente al consumo. In sostanza, ci troviamo di fronte a un semplice noir, slegato al contesto in cui è ambientato in quanto la storia potrebbe essere ambientata ai giorni nostri.

La sceneggiatura è semplice, ha un ritmo più lento nella prima parte dell’indagine mentre è più sostenuto nella seconda con il confronto con gli antagonisti, ed è proprio quest’ultima parte che funziona di più. Duncan Jones e Michael Robert Johnson che hanno firmato il copione hanno peccato di troppa ambizione, eccedendo più nella forma che nella sostanza: questo ha portato a risvolti di trama eccessivi, come il collegamento al primo lungometraggio di Jones, “Moon” che era evitabile perché sono film molto diversi tra di loro.

Il cast è buono, Alexander Skarsgård fa il suo mentre Paul Rudd e Justin Theroux sono fantastici. Da segnalare la presenza, nel cast secondario, di Robert Sheehan e Dominic Monaghan che era da tempo che non apparivano in un titolo di richiamo mentre Sam Rockwell appare in un breve cameo riprendendo il suo ruolo da “Moon”. Il livello tecnico è molto buono: la regia di Jones è gradevole ma non particolarmente ispirata mentre la fotografia è fascinosa.

In conclusione “Mute” è un esercizio di stile che subisce l’ambizione degli artisti alle spalle del progetto: è un’occasione persa che però nella seconda parte intrattiene bene. Paradossalmente il film è della stessa natura della tecnologia del mondo in cui è ambientato: affascinante ma superfluo.

A cura di Fabio Facciano

 

 

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