MODI DI VEDERE, COME SI TRASMETTE L’ARTE IN TV?

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A cura di Giulia Corti

Nell’anno in cui ricorrono i primi sessant’anni di vita della televisione italiana, è tempo di analizzare questo mezzo così importante per milioni di persone. Non ci prova solo Sanremo con l’operazione-nostalgia di Fazio, ma anche un’istituzione culturale di grande rilievo come la Triennale di Milano.

DSC_0028Martedì 11 marzo infatti, ha ospitato una giornata di studi curata da Aldo Grasso e Vincenzo Trione. Nel luogo in cui le forme di arte più varie, dal design, all’architettura alla fotografia si mostrano alla città, ci si trova a riflettere sul rapporto fra televisione e divulgazione artistica. In che modo la televisione, un mezzo di comunicazione da sempre considerato popolare e rivolto alla cultura di massa, ha raccontato una forma espressiva “alta e nobile” come l’arte?

Provano a rispondere a questa domanda gli esperti radunati dalle Università Cattolica e IULM che riunite in un’inedita collaborazione hanno organizzato la conferenza. Professionisti del piccolo schermo provenienti da Rai, Sky e Mediaset sono stati chiamati a svelare i trucchi del mestiere a fianco di grandi specialisti del mezzo televisivo e studiosi dell’arte. Una sinergia fra esperienze di persone diverse che vivono tutti i giorni le insidie del piccolo schermo, fra cui anche Pif, chiamato a parlare delle sue inchieste del Testimone in cui si è occupato anche di raccontare il mondo dell’arte.

Lo sguardo non è rivolto solo al passato, con i programmi storici della RAI, ma anche alle sfide del presente rivolte da Internet, dalla frammentazione dei canali sul digitale, dai nuovi stili di comunicazione.

Arte e comunicazione sono binari che devono trovare una convergenza, dice il Presidente della Triennale De Albertis che insieme ai rappresentanti delle due università milanesi ha pensato il progetto.

Per molte persone la televisione è l’unico aggancio culturale con la realtà del proprio tempo e quindi ha un’influenza enorme sulla loro vita, sottolinea Antonella Sciarrone, pro rettore dell’Università Cattolica. Cultura e arte vi sono state rappresentate spesso in modo occasionale e sporadico, con linguaggi non appropriati. È necessario educare all’arte considerandola una disciplina viva, senza arte non c’è creatività in nessun campo.

È dello stesso parere il rettore dello IULM, Giovanni Puglisi: L’arte è l’anima dell’Italia, la televisione spesso fa il suo lavoro mettendo in comunicazione questa ricchezza, che non può essere però relegata a delle nicchie. L’arte deve diventare coscienza diffusa poiché produce bellezza e anche ricchezza.

Il rapporto fra arte e televisione è legato alla possibilità e alla capacità di fare divulgazione.

Aldo Grasso, professore dell’Università Cattolica e grande esperto di media, spiega: La divulgazione indica l’atto di diffondere fra le persone. Essa è figlia dell’Illuminismo, come anche l’idea stessa di servizio pubblico televisivo. L’idea di comunicazione televisiva in Europa è legata storicamente ai regimi dittatoriali: nella cultura sovietica come in quella occidentale, la divulgazione e la propaganda mediante la televisione e il cinema, diventano fondamentali” continua il professore “invece questa idea negli Stati Uniti è assente.CSC_0030

Nella storia della RAI le origini di questo fenomeno risalgono al 1963 , quando sugli schermi del primo canale va in onda L’approdo. È  il primo esempio del paradosso mediatico con cui si avviano gli esperimenti di divulgazione televisiva, spiega Grasso, L’approdo era il programma culturale per eccellenza e aveva uno stile ben preciso.

Nato come programma radiofonico, che andò in onda per tutti gli anni cinquanta, L’approdo si avvaleva di autori eccellenti che producevano prima testi scritti poi semplicemente letti in video da un’annunciatrice. Questa trasmissione ben rappresentava il modo di produrre televisione in quegli anni. Si partiva da tre figure principali: l’esperto, che affiancava il conduttore inesperto in materia; la lezione, che dava alla trasmissione una inevitabile forma scolastica e infine l’evento ,per esempio una mostra, che veniva descritto in un documentario, conclude Aldo Grasso.

Secondo il professore la televisione di quegli anni ha fatto degli errori fondamentali: la trasmissione efficace di contenuti in televisione avviene solo in forma diretta, ovvero attraverso i programmi di grande popolarità e successo. Gli italiani hanno imparato a leggere e scrivere seguendo Canzonissima e Lascia o Raddoppia, non guardando il maestro Manzi. Una divulgazione efficace deve essere quindi innanzitutto comprensibile e leggibile da molti se non da tutti, affidata alla ripetizione, arma prediletta del mezzo televisivo, e poi narrativizzata: i concetti astratti in televisione non passano passa solo il fatto che un concetto si incarna in un personaggio e in un racconto. La divulgazione sognata dall’illuminismo è un’illusione: La nostra modesta ambizione deve essere non tanto quella di migliorare o educare ma quella di diffondere cultura a un livello che innalzi quello degli incolti e deprima quello dei colti.

 

 

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