MERCURIO

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A cura di Claudia Tanzi

Si dice derivi dal latino merx, il nome del dio del commercio e alato messaggero degli dei. Si dice discenda dalla rapidità di quest’ultimo, il nome del pianeta più veloce e più vicino al sole. Si dice sia per questo che il metallo più mobile reca lo stesso appellativo. Curioso allora che proprio la velocità sia da titolo ad un’opera in cui nulla si muove, se non la nave che due volte al giorno collega l’isola di Morte Frontiere alla terraferma.

1923: qui sbarca l’infermiera Franҫoise Chataigne, a portare lo scompiglio del dubbio in un castello senza alcuna superficie riflettente, ma in cui i misteri si moltiplicano come immagini in specchi contrapposti. Hazel, giovane orfana rimasta sfigurata in un incendio, è ospite del vecchio Capitano Loncours, suo salvatore. Ma il confine tra prigionia e ospitalità è labile, così come quello tra l’essere malata e la convinzione di esserlo: cosa inquieta Hazel del suo rapporto col Capitano? Perché si rifiuta di uscire dal castello in cui è rinchiusa? Cosa si cela dietro gli incomprensibili bisbigli sommessi? Che ruolo hanno nella storia i libri cui la ragazza si aggrappa con tanta forza disperata?

Un labirinto e un gioco delle parti, dunque, ma soprattutto una prigione di solitudine perché, come ci ricordano i personaggi de Il Conte di Montecristo, la vera libertà è quella data dalla parola.  Ma anche una “favola di Narciso al contrario”, dalla quale Hazel cerca di difendersi indossando una maschera che forse altro non è se non la materializzazione di quella che si porta dentro. Nulla è certo, tutto è doppio, come il finale che i personaggi stessi “hanno suggerito” alla scrittrice Amélie Nothomb: a voi la scelta tra un happy ending e una più cruda verità.

Più ancora che dalla scenografia dai tratti quasi gotici (un po’ Tim Burton) l’atmosfera è resa dal sapiente alternarsi di luci e suoni. Questi, nel ripetersi incessante di due leitmotiv, ipnotizzano lo spettatore catapultandolo all’interno del gioco, le altre a tratti nascondono e a tratti rivelano l’avvicendarsi sulla scena dei personaggi, marionette di cui non si sa chi regga i fili: ciò che traspare è la consapevolezza che, in fondo, siamo tutti ugualmente carnefici di noi stessi e degli altri.

A distanza di 3 anni Corrado D’Elia torna ad avvolgere il Teatro Libero con un alone di mistero: dicono che una foschia spettrale non lo abbandonerà fino al 10 marzo…Pronti a salpare?

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