A cura di Federico Lucchesi

Kobane, dalla parte turca. Gabriele sta correndo al buio verso la frontiera siriana. Potrebbe superare la frontiera legalmente chiedendo un permesso al regime di Damasco, ma a quel punto gli farebbero fotografare i fornai, i soldati messi ordinatamente in fila, scorci di vita artificiali e tutti gli ingredienti di una buona propaganda. Deve quindi rischiare, correre velocemente verso le reti che segnano il confine, prendere quell’apertura che gli hanno detto esserci, che gli hanno assicurato d’aver preparato poco prima. Dietro di lui i soldati turchi lo inseguono ma senza sparare: non devono fare vittime, non vogliono farlo. Così si accede in Siria, illegalmente, e ci si ritrova in mano all’ufficio stampa curdo.

Lì lo prendono a cuore e lo fanno girare con loro. Ancora propaganda. Ma Gabriele sa che è importante cercare di vedere le cose che si desiderano vedere, ragionare con la propria testa, non sapere ciò che ti raccontano che fanno. Così alla prima occasione sguscia via coi colleghi e va a cercare la vera storia. Fare il fotoreporter in Siria significa essere spesso in front line, anche a meno di un chilometro di distanza dalle autobombe dello Stato Islamico. Il primo obiettivo di Gabriele è fotografare tre prigionieri di guerra o qualche cadavere, ma sembra che non ci sia nulla. Chiede a gran voce di vedere le prove, i resti dei combattimenti che i curdi decantano d’aver compiuto, ma quando lo portano sul terreno di una città appena liberata non trova niente, nemmeno un corpo straziato, nemmeno un segno della battaglia.

Tutto ciò non gli piace, ha uno strano sentore; così prende una macchina e si fa 800km attraverso un corridoio creatosi tra il cantone di Kobane e quello di Jazira, l’unico spazio in cui può passare. Si prende i rischi necessari per mostrare una guerra vera e va a parlare direttamente con il responsabile di un gruppo paramilitare. Voglio vedere i prigionieri, gli dice. Eh, ma i prigionieri non te li possiamo fare fotografare, esiste il protocollo di Ginevra, risponde quello. Scusa ma il protocollo di Ginevra vale per gli eserciti regolari e voi non lo siete, insiste Giuseppe, lo Stato curdo non esiste, quindi nemmeno il vostro esercito. Il paramilitare dice che sì, allora si può fare. Gabriele quasi non ci crede, si ritrova in mano un foglio spiegazzato a quadretti con su scritto in arabo “questo è il nostro amico Gabriele, lavora per il Time, fatelo passare e dategli appoggio”. Al checkpoint gli fanno un gesto e gli dicono di aspettare. Uno gli prende il foglio, lo guarda, lo legge, lo piega e gli dice di andare. Per comunicare tra loro i ribelli hanno una filastrocca per verificare che tu sia davvero uno del posto, una sorta di garanzia territoriale. In fondo i civili non hanno uniformi o gradi, non hanno molte tecniche per riconoscere chi davvero sia dei loro. Ecco i prigionieri. Gabriele fa il suo scatto senza problemi. Sa che di certo non ha di fronte grandi menti dell’IS ma dei comuni sostenitori. In Siria l’IS arriva in una città, la conquista e chiama a rapporto gli abitanti.

Da oggi comandiamo noi, dicono loro. Vuoi fa parte di noi? – non hai scelta. Ti diamo 400 dollari al mese, se hai figli, altrimenti te ne diamo 200, prendi una macchina e vai in giro. Facile, no? Gli abitanti sanno di avere 4 pecore e una famiglia da mantenere. Sono cose che capitano, gente normale che aderisce al sistema; e in Siria tutto sembra governato dagli interessi del sistema. Qualche tempo dopo Gabriele è a Qamishli, una delle città curde più ricche del paese, traboccante di petrolio. Su un muro trova un ritratto di Assad, integro. Come è possibile? Scopre che il regime paga profumatamente i curdi per lasciargli quella parte di territorio. Il mondo segue i soldi, non gli ideali; e tutto il mondo è paese. In un’altra occasione Gabriele assiste a un’emozionante parata dopo una vittoria. Tanti soldati sotto il sole, uomini e donne, stremati e quasi commossi, perfettamente in fila. Li guarda bene, avranno dai 16 ai 25 anni, non di più. La guerra in Siria la fanno i giovani. Si allontana di qualche metro, ha visto un soldato che vuole fotografare. Fermo, gli dice quello. Guarda che qua è tutto minato, torna indietro! Gabriele torna sui suoi passi. La prima cosa da imparare nelle guerre è capire che tipo di conflitto c’è in atto, che armi vengono usate. Le armi di un fotoreporter invece sono la propria macchina fotografica e il computer. L’85% di Kobane è distrutta, non c’è né acqua né elettricità, le batterie possono essere ricaricate poche volte e può farlo soltanto per tre ore al giorno. Il cellulare funziona soltanto con una scheda turca, grazie ad un hotspot nei pressi del confine, dal quale deve andare e venire. Fare il fotografo di guerra più che fare le foto è risolvere i problemi, avere l’attitudine giusta. Quella che ha Luc Delahaye, per esempio. Luc è un celebre fotografo introspettivo francese sprezzante del pericolo, un personaggio quasi mitico nel mondo del fotogiornalismo. Gabriele lo incontra in front line, sono insieme su un mezzo di un driver locale, un pick up riempito con 5 centesimi al litro perché quello è il prezzo della benzina in Siria. A un certo punto sentono un fischio. In guerra impari subito come comportarti con fischi e botti. Botto e fischio: parte. Fischio e botto: arriva. Senti il fischio e devi nasconderti. I due sentono il fischio e si buttano a terra. È un Rpg che spiove dall’altro, proprio sulla loro testa. Pum. Deflagra nell’aria, qualche metro più in alto. Luca resta congelato, salvato dalla spoletta che fa implodere l’rpg con una microcarica quando raggiunge i 3km massimi della propria gittata. Poi si gira, guarda Luc. Il francese è lì tranquillo, seduto vicino a una roccia a fumarsi un sigaro come se nulla fosse. L’attitudine. Quella che devi avere per fare il fotoreporter a Kobane.

Questa è una storia vera, Gabriele Micalizzi è un fotoreporter di CesuraLab. Ha parlato in quello splendido scorcio milanese che è DaOtto, location in cui seguiremo altri bellissimi eventi. Assistere a certe testimonianze è una fortuna, una finestra che si apre sul mondo anziché rimanere chiusa o trasmettere immagini registrate. E noi il mondo vogliamo vederlo davvero, anche da qui, aprendo piccole finestre.

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