Classe 1998, un EP uscito nell’aprile 2019, il giovane Aleam si colloca in una terra di confine fra i generi musicali. Con influenze che spaziano dalla trap all’indie e al rap, l’artista napoletano prende il meglio di ogni ambito e crea un linguaggio melodico riconoscibile e originale, di cui ha parlato anche con noi in occasione dell’uscita di Mayday.

Come mai hai scelto questo nome per l’EP?
Non ce la sentivamo dare al progetto il titolo di uno dei brani, quindi io e Daniele Franzieri, produttore di tutti i brani e dell’EP, abbiamo pensato di trovarne uno che decifrasse il concetto generale del progetto. Abbiamo scelto Mayday, per sintetizzare e rappresentare il contesto; ogni pezzo infatti racchiude le stesse cose viste sotto un punto di vista diverso, aiutato anche dal sound diverso di ogni brano.

Quanto diresti che c’è di autobiografico nella tua musica?
Su una scala da uno a dieci, direi dieci. È tutto autobiografico. Prendo dalle situazioni, anche situazioni brevi o momentanee, che in quel momento mi destabilizzano un po’, e allora cerco di sfogare nella musica; mi trovo ad aver scritto un brano che parlava di quella cosa, quella situazione in particolare. Direi però che sicuramente quando sono più gioioso non ho la testa per mettermi a scrivere; e se lo faccio, non mi piace il risultato.

Se potessi cenare con un cantante vivo o morto, chi sarebbe?
Freddie Mercury. Mi ha segnato molto da ragazzino, anche da piccolissimo, ed è per me un’icona importante, una figura che sul palco sapeva davvero comunicare, attirando l’attenzione di tutti.

Cosa ne pensi della scena musicale attuale?
Sicuramente questo è un periodo molto florido, anche grazie al talento di alcuni artisti. Bene o male, in Italia stiamo riuscendo a fare quello che già c’è oltreaoceano da un po’ di tempo. È difficile, certo, evidenziarsi in un contesto così saturo di artisti anche talentuosi; però il mio consiglio è quello di cercare di arrivare al meglio, e non adeguarsi a tutto.

Se potessi tornare indietro nel tempo per assistere a un concerto, quale sceglieresti?
Il mio più grande rimpianto è non aver assistito a un concerto di Pino Daniele; anche se è solo uno dei tanti.

Se ti chiedessero quali sono i tuoi punti di riferimento come artisti, chi sceglieresti?
Non ho un personaggio o uno stile preciso a cui mi ispiro, però sono un ascoltatore anche io, e quello che mi piace lo assimilo, e me lo porto dietro inconsciamente nella stesura dei brani. Mi piacciono molto Ghemon, Clementino e artisti come Willie Peyote, o Coez; sono insomma su una lunghezza d’onda più melodica.

Qual è stato il momento, se ce n’è stato uno, in cui ti sei detto “voglio fare questo, voglio fare musica”?
Quando da piccolo assistevo ai concerti e vedevo quella figura sul palco. Pensavo che mi sarebbe piaciuto essere lì, al posto loro.

A cura di Emma Cori

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