A cura di Francesca Maria Montanari

Un grande poeta come Garcia Lorca, in “Nozze di sangue”, descrivendo la storia di una madre che perde il proprio figlio, ha detto che per due anime “intrecciate l’una nell’altra”, la separazione non è ammessa. Dover dire addio a quel corpo, “a quella carne e a quel sangue”, a quella voce e al contatto è un reato ignobile, che nemmeno la morte può commettere. È come essere defraudati della parte migliore di sé, come se ti rubassero qualcosa di tuo e che non potrà mai essere di nessun altro, perché in un certo senso in quel corpo, e grazie ad esso, vivi anche tu.
E se invece fosse un figlio a perdere la madre? Qui i versi del poeta si trasformano in silenzio, inef-fabili al sol pensiero di dover affrontare un dolore così.

Marco Peano nel suo romanzo d’esordio, “L’invenzione della madre”, edito da Minimum Fax, ha raccontato la storia del sentimento atavico più forte, cristallino e certo che esista sulla terra: l’amore che tiene uniti una madre e il proprio figlio.
Nell’opera dello scrittore torinese però i termini si invertono. Questa volta è il figlio che deve affron-tare la perdita della madre e di quella parte di se stesso che fino a quel momento aveva dato stabilità e senso alla sua esistenza.

“La storia del deterioramento di mia madre, durato una vita, è, per alcuni versi, la storia della sua vi-ta stessa. La storia della mia vita è intrinsecamente legata a questa storia, la storia del suo deteriora-mento. È la storia intorno alla quale ruota costantemente il mio modo di percepire me stesso e gli al-tri. Sarà questa storia, o in ogni caso il mio ruolo in questa storia, a permettermi di non perdere mia madre.”

Con questa potente epigrafe di Donald Antrim, comincia la storia di Mattia, un ragazzo di vent’anni che vive in una provincia italiana qualunque, che lavora per arrotondare in una videoteca qualunque e che vive una storia d’amore ordinaria con la ragazza “elfo con i capelli perfetti”. Mattia però, quando torna dalla sua famiglia, si trova a dover vivere una vita che è tutt’altro che comune.
Perché a casa, di là, in una dependance in cui lui da adolescente organizzava le feste con gli amici di sempre, da qualche anno è stata allestita una camera d’ospedale il cui letto ospita il corpo amato della madre malata di cancro con i suoi ultimi dolori e le sue ultime parole. Se in quella camera prima c’erano tutto il divertimento e la spensieratezza di Mattia, ora lì trova spazio tutto il suo amore, il sentimento autentico che si rivela nel rapporto madre-figlio in una situazione estrema come solo può essere quella della fine della vita.

“L’invenzione della madre” ridà senso all’aspetto più inaccettabile dell’esperienza umana: imparare a dire addio a ciò che amiamo.
Mattia sa perfettamente che dovrà dire addio a sua madre: le visite mediche, le mani sante del chi-rurgo, le cicatrici che ne hanno usurpato la femminilità, la chemioterapia, le file interminabili in far-macia, la Casa della Parrucca, le frasi di circostanza delle amiche e tanti, tantissimi altri piccoli det-tagli glielo ricordano costantemente, come una sveglia impazzita che disturba un sonno senza sogni.
Mattia ha 26 anni e da nove ha accettato la malattia di lei, ma non la parola fine, quella no, non è ammessa. Per questo si dedica alla madre con una cura e una precisione che non riserva nemmeno più a se stesso. Mattia sembra ripetere senza sosta alla madre: Mamma, se io ti guardo e ti curo, so di poterti ancora salvare e solo se tu mi guardi io posso continuare a sentirmi vivo.

Marco Peano scrive della malattia e della perdita in un modo quasi sconvolgente, raccontandoci qualcosa che potrebbe essere sintetizzato con un’espressione: esattezza del dolore. Il dolore è esatto per due motivi: innanzitutto perché, dopo aver letto questo romanzo, penso che sarà difficile poterlo immaginare e concepire diversamente ; ogni parola abbraccia la successiva in maniera visce-rale, i discorsi diretti scritti l’uno di seguito all’altro rendono il racconto veloce come il pensiero, ma indelebile come il ricordo.
” ( E ora, concentrati. Trattieni tutto ciò che non riesci a dimenticare.) “ Così scrive Peano all’ultima pagina del suo racconto, in cui parla a Mattia e parla anche a noi come se volesse esortarci a non perdere nulla, a non trascurare niente del rapporto che più diamo per scontato, quello con i nostri genitori, perché un giorno quegli istanti trascorsi con loro si riveleranno nella nostra mente come “momenti perfetti”.

Il secondo motivo che rende il dolore esatto, scientificamente esatto oserei dire, è il modo con cui esso viene affrontato dal protagonista: tutto ciò che riguarda la vita fuori dalla casa e dagli ospedali in cui può stare accanto alla madre è come se fosse dissolto. Ciò che conta è l’indicativo presente di quella madre che non deve, ancora, diventare imperfetto. In questa dimensione le statistiche dei malati di cancro, gli ospedali, le etimologie greche, le diagnosi e le terrorizzate ricerche su internet di un figlio che tenta di compiere il miracolo, si intrecciano con l’incapacità di dimenticare “l’esattez-za con cui i raggi del sole, appena la porta scorrevole si chiuse dietro di loro, colpirono il volto della madre”.

Se è vero che la parola “metastasi” in greco significa cambiamento, è proprio la difficoltà di accettar-lo che si insinua nella storia. All’inizio della vicenda il protagonista ha 26 anni, l’età in cui la vita adulta bussa prepotentemente alla porta; Mattia però non la apre, non vuole farlo, perché è terroriz-zato all’idea di “scoprirsi diverso da come si è sempre pensato”, come se la sua esistenza senza quella della madre fosse del tutto inconcepibile. Mattia si rende conto di essere entrato in una gabbia che lo porterà a perdersi senza possibilità di ritorno, ma grazie a sua madre che continua ad esistere grazie al potere della memoria, capirà che la porta è aperta: “un train peut en cacher un autre”, dal dolore inesauribile si può trarre la forza per continuare.

Quella forza che si può trovare in un’ unica parola, quella che nel romanzo è usata solo una volta dal suo protagonista, “la più docile e forte che lui abbia mai pronunciato e mai pronuncerà“:mamma.

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