Jonathan Nolan è l’autore televisivo del momento: fratello di Christopher, è la mente dietro Person of Interest e Westworld ed ha portato in tv un nuovo modo di raccontare il rapporto dell’uomo con la tecnologia d’avanguardia. In quest’articolo approfondiremo i temi dei suoi lavori televisivi.

La prima serie che ha creato è Person of Interest andata in onda sulla CBS dal 2011 al 2016, nota per aver predetto il Datagate scoppiato nel 2013 e per via della sua trama peculiare ha influenzato molti prodotti audiovisivi, in primis il videogioco Watch Dogs che ne imita le premesse: un duo e poi un gruppo di vigilanti da una segnalazione di una macchina, un’intelligenza artificiale senziente che è in possesso del governo, possono prevenire degli atti criminosi. Lo sviluppo del telefilm si concentrerà su due filoni, il primo in merito al conflitto con la malavita di New York e il secondo con le persone, le organizzazioni e le istituzioni che vorranno esercitare un potere su tale intelligenza, chi per tutelare la sua esistenza chi per averne accesso. È un sistema che recupera informazioni dalle varie reti e monitorando tutti i dati può dare dati in merito a atti terroristici (di cui si occuperà poi il governo) ma anche dei crimini di tutti i giorni (di cui si occuperanno i nostri eroi): il punto focale è quello sulla privacy, tema ancora attuale, e sui dilemmi etici che lo circondano in merito di sia di sicurezza nazionale ma anche di compravendita di informazioni riservate. Gli antagonisti, gli uomini della Decima Technologies, hanno infatti proprio quest’obiettivo ovvero vogliono avere accesso a questi computer per poter governare il commercio dei dati. Possiamo dire che la realtà ha superato la fantasia, in primis con lo scandalo del Datagate, svelato dalle dichiarazioni dell’ex analista della CIA Edward Snowden: questo evento ha sollecitato l’argomento in molte altri prodotti, ma è entrato anche nell’intreccio di questa storia. Se Person of Interest nella sua fantascienza cercava sempre un appiglio al reale, Westworld invece è futuristica: qui ci troviamo in un parco divertimenti a tema western i cui visitatori possono vivere delle avventure come nei classici di Sergio Leone in quanto le attrazioni sono degli androiodi, robot dalle forme antropomorfe, che incarnano gli stereotipi del genere: l’innocente figlia del pastore, il cowboy, il fuorilegge, l’indiano e così via, quindi è come se si potesse entrare vivere l’esperienza da eroi (o banditi) nel west che abbiamo conosciuto al cinema. La narrazione mostra le vicende di coloro che amministrano il parco quando incominceranno a esserci delle anomalie nel codice delle attrazioni. In primo luogo è evidente che il rapporto dell’uomo con la tecnologia è agli antipodi nelle due serie: nella prima la macchina è vista come un oracolo, come essere onnisciente superiore all’uomo, mentre qui gli androidi sono alla mercé degli umani, sono i loro strumenti di piacere e intrattenimento. Questo è un tema chiave perché in Westworld si dibatte molto sulla schiavitù a cui sono ridotti i robot, che avendo lineamenti umani provocano in noi un senso di pietà quando li vediamo accontentare le perversioni dei visitatori del parco e specialmente nei flashback in cui vediamo come ha avuto origine questo mondo, i due creatori discutono molto su questo e se sia giusto aprire il parco oppure no. Tale questione è sottolineata nel fatto che molto spesso lo spettatore il loro punto di vista, che aiuta ad empatizzare con i personaggi ma modella l’intreccio in modo frammentario, su più piani temporali, a causa dei loro glitch.

Se leggendo queste righe vi state chiedendo dove avete già sentito questa storia sappiate che è tratta dal film omonimo del 1973 diretto da Michael Crichton, che circa una decina d’anni dopo scriverà un romanzo intitolato Jurassic Park: se vi ricordate come va a finire con il parco a tema sui dinosauri probabilmente potrete presumere che anche qui le cose vadano allo stesso modo ovvero con le creature che si ribellano al dispotismo dell’uomo. In Westworld questo è un passaggio importante perché la liberazione degli androidi si fonda su un elemento cruciale: il ricordo. Esso infatti è il punto d’origine per la formazione della conoscenza ma anche della coscienza, che può permettere ai nostri esseri tecnologici dai lineamenti umani di diventare senzienti, quindi al pari dell’uomo. Questo tema curiosamente compare più o meno nella stessa forma anche nella precedente serie di Nolan, dove la macchina viene liberata anche attraverso il recupero dei ricordi.

Jonathan Nolan con le sue opere ha messo in scena delle realtà fantascientifiche che però ci mettono di fronte a quelli che sono gli orizzonti del futuro più prossimo, portando lo spettatore a riflettere su questioni di roboetica e transumanesimo attraverso una narrazione coinvolgente: in sostanza se quest’estate volete cimentarvi in un recupero di qualche buon telefilm, sapete cosa scegliere.

 

A cura di Fabio Facciano

 

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