Torniamo oggi con la nostra rubrica Il Manifesto nella quale prendiamo in analisi un film o un autore che andando contro corrente hanno creato un genere con degli stilemi ben precisi. Dopo l’incontro con Roman Polaski e il suo Inquilino del terzo piano, questa volta è il turno del regista americano Aronofsky del quale analizziamo in particolare Requiem for a dream del 2000 in cui ricordiamo una delle migliori performance del musicista e attore Jared Leto al fianco di Jennifer Connelly e Ellen Burstyn.

I lavori di questo regista possono essere analizzati partendo da due grandi categorie, l’universo sensoriale (visivo e sonoro) e le tematiche trattate. Per creare un quadro di riferimento partiamo dal suo film di debutto, Pi, un thriller psicologico e surrealista del 1997. Questo titolo segna l’inizio della sua vena fortemente introspettiva, frutto forse anche dei suoi studi di sociologia antropologica all’università prima di iniziare la carriera artistica. Il suo secondo lungometraggio resta ancora oggi il più noto ed è proprio Requiem for a dream che deriva dal romanzo omonimo di Hubert Selby. La trama racconta le vicende di più personaggi che lottano contro diverse dipendenze: i due giovani Harry e Marion e il loro amico Tyrone con l’eroina, la madre di Harry caduta vittima delle anfetamine in seguito alle cure di un medico che le aveva promesso di aiutarla a perdere peso.

Il film in generale ha suscitato forti critiche dovute principalmente alla controversia di alcune scene eccessivamente grafiche e crude. Con queste due pellicole seguite poi da The Fountain, The Wrestler, Black Swan ed i più recenti, il regista ha mostrato in modo chiaro ed evidente il suo stile totalmente anticonvenzionale ed unico.

Analizzando la sua cifra stilistica partiamo dalla parte sensoriale e in particolare dalle tecniche di ripresa e di montaggio e da tutte le scelte del regista che contribuiscono a creare immagini assolutamente fuori dal comune. Uno dei caratteri principali di Requiem for a dream è la velocità del montaggio che diventa quasi nevrotico, ossessivo come i protagonisti della vicenda. Ogni immagine, ogni suono, ogni colore riconducono alla mentalità disturbata dei personaggi e al senso di angoscia che li pervade trovandosi in situazioni ai limiti della sopportazione.

La forza di questa pellicola non è però data solo dalle immagini ma soprattutto dall’accostamento della colonna sonora ai frame. Un montaggio così veloce ed articolato è stato definito hip hop montage proprio in seguito ai primi due film di Aronofsky. Se vogliamo dare una definizione di questa tecnica di video editing è un montaggio molto veloce che viene utilizzato in un film per dare una descrizione di una serie di azioni molto complesse ma allo stesso tempo ripetitive mostrate in fast motion e accostate a effetti sonori scelti ad hoc. Basti pensare che in un film comune si trovano circa 600 stacchi di macchina contro i quasi 2 mila di Requiem for a dream. In questo caso viene utilizzato questo stratagemma per dare il senso di oppressione provocato dall’abuso di droghe pesanti e dalla sua conseguente dipendenza.

Per enfatizzare alcuni tratti dei personaggi e delle vicende vengono utilizzate altre tecniche di ripresa come il time-lapse, closeups esagerati come le iconiche sequenze delle pupille del protagonista che si dilatano oppure lo Snorricam, già usato da altri registi. Questo metodo consiste nel costruire un apparecchio per supportare la macchina da presa che viene indossato dall’attore stesso. In questo modo viene ripreso il viso del personaggio che quindi risulta fermo nell’immagine e a muoversi sono invece lo sfondo e le altre persone inquadrate dando un forte senso di vertigini e addirittura di nausea nello spettatore. Per esprimere invece un senso di oppressione e di smarrimento il regista alterna closeups a riprese dei personaggi da estremamente lontano e ancora split-screen simbolici. Questa tecnica solitamente serve a rappresentare nello stesso frame due luoghi o due momenti diversi della vicenda, Aronofsky la utilizza per mostrare invece Marion e Harry insieme a letto che si guardano. I due protagonisti sono uno di fianco all’altro ma distanti come se ci fosse tra loro un muro invisibile a separarli, la loro ambizione e la loro dipendenza supera ogni cosa e li estranea dal mondo, l’ego diventa più forte del loro affetto. Anche i colori hanno una forte simbologia, a partire dal blu che pervade quasi tutte le immagini e rappresenta la malattia e la perversione, blu è anche il colore degli occhi di Jared Leto. Il rosso invece è simbolo di vittoria, la realizzazione del successo e dell’ambizione e viene utilizzato per il vestito di Marion nelle fantasie di Harry a proposito del futuro e per il vestito della madre quando sogna di andare finalmente in televisione.

Per quanto riguarda la musica martellante, inquietante, alle volte spaventosa Aronofsky si affida al compositore Clint Mansell che seguirà poi quasi tutti i suoi film. Alcuni suoni vengono associati ad una illuminazione stroboscopica che accompagna momenti chiave del film nei quali i personaggi si mostrano davvero per come sono e in particolare quando riconoscono la propria condizione, ne diventano consapevoli e la parte fisica e corporea coincide con quella psicologica. Oltre alla musica vengono inseriti spesso suoni diegetici forti e ripetitivi.

A livello tematico il film può essere letto a primo sguardo come una storia di droghe e in particolare di eroina ma come vuole sottolineare lo stesso regista non si discute solo di questo. La storia tratta delle dipendenze in generale soprattutto dal punto di vista psicologico, della nevrosi dell’essere umano e della difficoltà di controllare la propria mente in determinate circostanze. Tutti i personaggi del film si trovano a lottare contro se stessi per cercare di cambiare ma non riescono a vincere la propria battaglia interiore che li riduce a distruggersi, a perdere la ragione e a rifugiarsi inermi in uno stato primordiale che richiama l’immagine del feto, rappresentata nell’ultima scena. I protagonisti del film allo stremo delle proprie forze, consapevoli del fatto che non potranno mai cambiare la propria condizione, che hanno raggiunto il punto di non ritorno, si chiudono in se stessi e rimangono in silenzio rannicchiati di fronte alla forza distruttiva dell’esistenza umana. Con una serie di immagini molto simili vediamo tutti i protagonisti in luoghi diversi ma nella stessa posizione fetale, immobili e silenti.

La crudezza delle immagini è costata al regista non poche critiche che hanno rallentato i tempi di uscita del film nelle sale. Si parla in particolare di una scena di sesso nella quale la protagonista si prostituisce per continuare a drogarsi. Lo stesso regista ha lottato per mantenere questa scena sottolineando quanto fosse decisiva per diffondere il messaggio del film.

In generale i film di Aronofsky sono caratterizzati da ossessione, agonia, crudezza, orrore psicologico, subconscio, traumi esistenziali che  divorano la psiche umana e portano l’individuo ad un vero breakdown. La forza dei suoi film è quella di rappresentare casi realistici che potrebbero essere in qualche modo correlati a tutto il pubblico. Se andiamo oltre al tema principale (la droga, la danza, il pugilato) ci accorgiamo che il soggetto vero dei suoi film è proprio la complessità della mente umana con tutti i suoi demoni interiori. Altre tematiche sono infatti l’ambizione alla ricerca del significato della vita, la fuga dalla realtà in un mondo di fantasia e di sogno, il conflitto genitori-figli. Come suggerisce lo stesso regista i suoi lungometraggi possono essere visti come parallelismo con l’impressionismo per quanto riguarda le tematiche di introspezione e livello intimo dell’analisi dei personaggi. Questo vale sicuramente anche a livello visivo se consideriamo i forti contrasti, le atmosfere tetre, i luoghi visti come prigioni soffocante.

A cura di Beatrice Corona

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