Il manifesto: Lo squalo e la nascita del blockbuster

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Jaws, tradotto in italiano come Lo squalo ma che letteralmente significherebbe fauci, è il film che il 20 giugno del 1975 diede una svolta al cinema americano aprendo le porte a quello che noi oggi conosciamo come Blockbuster.

Il film trae le sue fortunate origini da un romanzo omonimo di Peter Benchley uscito pressochè in concomitanza e scoperto quasi per caso da due produttori della Universal, David Brown e Richard D. Zanuck, che puntano sulla regia di un giovanissimo Steven Spielberg (classe 1946). Spielberg infatti aveva appena lanciato il suo primo lungometraggio – Sugarland Express – quando fu contattato dalla Universal per collaborare al progetto de Lo squalo. Progetto che, va detto, entusiasmò non poco il giovane regista che ritrovava ne Lo squalo di nuovo una storia di inseguimenti e suspense che già aveva potuto sperimentare per l’appunto con il suo primo lavoro.

Dal mese e mezzo di riprese previste si è arrivati a più di 7 mesi, con una lievitazione dei costi di produzione poco trascurabile, ma il risultato fu più di quanto sperato: il film incassò solo nelle prime due settimane di programmazione più di 100milioni di dollari. Record assoluto fino a quel momento nella storia del cinema americano. Merito del grande successo non fu solo una arguta strategia di promozione e distribuzione del film, ma anche alcune scelte registiche e tecnico/creative che hanno permesso a questo film di essere valutato positivamente anche a livello qualitativo e di non essere visto solamente come l’esempio da manuale di prodotto cinematografico vincente. Ma veniamo alla trama del film.

Il manifesto: Lo squalo e la nascita del blockbuster

Nella località di Amity, immaginaria isoletta a largo del New England che vive di turismo balneare, una bagnante viene brutalmente uccisa da uno squalo. Si cerca di insabbiare la cosa sotto ordine del sindaco. D’altra parte siamo alla vigilia del 4 Luglio, e non si può rischiare di perdere il massiccio turismo che questa festività porta sull’isola. Tuttavia ulteriori attacchi saranno il movente per una partenza di 3 personaggi cardine dell’intero film – il capitano della polizia Martin Brody (Roy Scheider), l’oceanologo Matt Hooper (Richard Dreyfuss) e l’avvezzo marinaio (nonché noto, almeno sull’isola, cacciatore di squali) Quint (Robert Shaw) – a caccia dello spietato killer marino.

Sentendo la trama oggi, quando ormai siamo avvezzi di film americani – per l’appunto blockbuster – che cercano di colpirci nei modi più inverosimili e con effetti speciali ogni volta più sorprendenti, nulla ci suona come realmente straordinario. Qual è stata la reale portata rivoluzionaria di questo film all’interno del panorama americano?

Caliamoci per un secondo in quel momento storico e in quel luogo, gli States. I film storici/epici a grande budget come Ben Hur e colleghi erano ormai giunti al capolinea, specialmente in seguito al grande flop di Cleopatra (1963) che portò la Fox sull’orlo della bancarotta. Complice di questa “de-escalation” è il cambiamento di pubblico che comincia a riempire le sale. Sono gli anni ‘60/’70, è finalmente emersa la generazione dei giovani. Sono loro il nuovo target da colpire, un target che determina in quegli anni il grande successo di film a budget ridotti ma che entreranno nella storia come Il laureato o Easy Riders.

Ecco quindi su cosa puntare, e per farlo vanno abbandonati il grande film storico e il biblico, che tanto avevano appassionato il pubblico adulto. Tre sono i generi da perseguire: azione, avventura e fantascienza. Ma ecco che Lo squalo non si rivolge solamente al nuovo pubblico giovanile, certo, ne studia l’appeal, ma apre il respiro cercando di toccare tutti e lo fa portando sul grande schermo uno dei più antichi protagonisti della mitologia: il mostro marino. Non un film epico, ma un film che si rifà all’epica e la traspone nel quotidiano, a spezzare la routine di una pigra estate americana e facendo incontrare all’uomo, in un giorno qualunque, Moby Dick e il mostro di Giona.

Ma prima di tutto questo Lo squalo è un film sul cinema, sul suo impatto e sul suo potere. Noi spettatori vediamo in realtà pochissimo il mostro marino nell’arco dei 120 minuti di durata del film. Eppure ne sentiamo la minaccia, capiamo quando sta arrivando, quando sta per attaccare. È davvero essenziale avere sotto gli occhi l’immagine reale di uno squalo per percepirlo? In fondo la magia del cinema è proprio questa: stimolare i nostri sensi suggerendoci delle immagini, senza per forza renderle esplicite. Questo è merito di una grande scelta di Spielberg, dettata anche da necessità tecniche ma rivelatasi vincente, di utilizzare inquadrature soggettive del punto di vista del grande squalo bianco. Questo, assieme all’escamotage dei barili galleggianti che rivelano la presenza del mostro, ma anche – e forse specialmente – l’uso di una colonna sonora propedeutica alla narrazione e destinata a rimanere nell’immaginario collettivo per i decenni a venire. Una manciata di accordi, pochi archi, a creare un suono primitivo ma che contiene in sé tutta l’inquietudine dei grandi abissi.

Il manifesto: Lo squalo e la nascita del blockbuster

Lo squalo lo vediamo anche però. Anzi, per l’esattezza si tratta di ben tre squali meccanici utilizzati all’interno del film. Bruce, così venne chiamato il pescecane in onore dell’avvocato di Spielberg, diede non pochi problemi alla troupe. Fu infatti deciso di girare realmente nell’oceano atlantico, a largo di Martha’s Vineyard (nel Massachusetts) ma l’acqua salata fu presto causa dell’erosione dei meccanismi idraulici che permettevano a Bruce di funzionare come da dovere, causando ritardi, costi aggiuntivi, e infine l’adozione degli escamotage sopracitati (oltre che a portare ad un meticoloso lavoro di montaggio che valse l’Oscar a Verna Fields).

Da citare per questo film, come detto all’inizio, è infine tutto l’aspetto promozionale che l’ha reso un così grande successo e un modello per i produttori e gli studiosi di marketing cinematografico a venire. Lo squalo è il primo film infatti a utilizzare la tv, “nemica” del cinema in quegli anni, come canale promozionale. Viene investito ben 1 milione di dollari per passare in prima serata su tutti i canali TV, 30 secondi promozionali del film nei tre giorni precedenti l’uscita nelle sale. Mossa che si rivela vincente combinata alla strategia distributiva che era stata fino a quel momento accantonata e ritenuta poco utile: il Saturation Booking, ossia fare uscire subito il film nel maggior numero possibile di sale per raggiungere un vastissimo pubblico in trepidante attesa. Mannaggia a te squalo, adesso ogni volta capisco perché su 10 sale 8 tengono in programmazione la peggio americanata.

a cura di Martina Zerpelloni

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